OPERE |
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Enza Bavetta Lume a riverbero Introduce Gianni Diecidue EDIZIONI
MAZZOTTA |
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| Due poesie in dialetto: | ||
| Una poesia in lingua: | ||
PREFAZIONE |
Potrebbe sembrare non dico strano,
ma almeno insolito che una prefazione cominci con l'indicare alcuni limiti facilmente
riscontrabili in queste liriche di Enza Bavetta, ora per la prima volta raccolte a
pubblicate. Limiti d'altronde presenti nella maggior parte dei poeti "novizi",
sia perché questi mancano di esperienza, che si acquista con un lungo esercizio, sia
perché sono preoccupanti più a dire le cose, ad esprimere i propri sentimenti, il che
non è di poca importanza, che a come dire le cose, dare cioè al contenuto quel
linguaggio vibrante, vivace ricco di movenze liriche ed espressive, che è conquista di
fervore fantastico e creativo; e questo è altrettanto importante per elevare il discorso
poetico sul piano di vera e alta poesia. Per fortuna in questa silloge della Bavetta non
ci sono soltanto quei limiti lamentati, ma anche, e non pochi momenti di poesia
apprezzabili. Ciò accade quando la poetessa riesce a fare a meno del discorsivo e del
descrittivo, a superare l'andamento prosaico e a liberarsi dell'uso dei correlativi e
delle aggettivazioni per lasciarsi andare a quella sua dote di istintività e naturalezza
al ritmo ed al cantabile tradotti da rime e assonanza casuali e non volute. A mio parere
qui è da vedere l'elemento nuovo e positivo della poesia della Bavetta perché ritmo e
cantabile riescono a rendere leggere e quasi ingenue, ma ingenue non lo sono, le immagini
fatte essenziali soprattutto in quelle poesie brevi che parlano dell'amore, della
solitudine, della natura, che sono i temi più sentiti e più ispirati. L'amore è motivo
dominante della raccolta e la sua presenza si avverte anche quando non è trattato
apertamente come nel clown che "ride
ancora, / per non far piangere chi / ha riso con lui,/ o forse di lui"; come in quel pianto di bimbo che "ha perso / il cucciolo, per lui più nulla esiste,"; come nella ballerina che "balla per sempre la danza / della vita, non dire mai / la musica è
finita". L'amore, anche quando tocca le corde
della passione, è sentito dalla Bavetta come moralità perché è comforto, comunione con
gli altri, fede, i cui esempi sono ritrovabili nei legami con la famiglia, con gli amici,
con la natura, con Dio. La poetessa vede nella mamma l'immagine del cielo, cioè conforto
e salvezza (Mamma), a Dio chiede la pienezza dei Suo amore che per l'anima è vita (O
Dio). Della vita la nostra poetessa non ha una visione ottimistica; la considera
giustamente un palcoscenico dove si recita commedia e dramma nello stesso tempo, cioè
amore e odio, ma nella vita, ci dice che sempre si può dare e ricevere un sorriso, una
gioia, un giorno di festa. "...Esser per te come il palcoscenico della vita dove s'incontra odio e amore e darti di me un ricordo allegro, carico di brio come una festa ben riuscita". In "Delusioni" noi, l'umanità, diventiamo attori in questo palcoscenico "La vita è una commedia e noi siamo di essa gli attori più qualificati". "Un bluff" la vita che ci lascia attoniti, delusi, stupiti per essere presi in giro beffati e bleffati da "attori disfatti / che in cuore non hanno / la forza d'amare". Ed è la forza d'amare o dell'amore, che crea, determina, la gioia di vivere, la quale ci può essere data anche dalle piccole cose, dal ruscello dove si va a lavare la stanchezza e a ballare al ritmo dello scorrere dell'acqua perché passino "liete le ore"; dal "bearsi di un raggio di sole, / bagnarsi sotto una pioggia" e sentire che è meraviglioso, com'è meraviglioso "raccogliere un fiore che non ha / profumo" curare un animale ferito per essere vivi a vitali. Al contrario, dove non c'è gioia di vivere, dove manca questo attaccarsi alle cose, questo attaccarsi alle cose, questo abbraccio alla natura, insomma se manca amore, ciò che resta è l'inutilità della vita, la soltudine e il silenzio; ciò che resta è quell'aggressivo e penetrante "labirinto mentale / che solchi la mente / a dai nuovo dolore", l'angoscia dell'io che ti fa inerte e senza volontà; in una parola resta la morte. "Ma se l'amore si alluntana da me tutto è assurdo, inutile, mostruoso, la vita qualcosa che si sgretola. Frasi interrotte da dolore che cresce, tutto è gelido come gelida morte. non so se sono vissuta o morta da sempre". Ma a questa amara conclusione la poetessa si ribella, anzi in tutta la raccolta il sentimento e l'idea di una tutto finito sempre si rincorrono con la speranza e la certezza che ci sono stati, ci sono e si saranno sempre con lei, per noi, per questo genere umano gioia, sogni e felicità; illusioni magari ma che servono a dare credito, sapore, gusto alla vita. Credo che questo sia il messaggio che si ritrova meglio espresso nella lirica "Mia felicità", dove all'improvviso balzano da una plaga remota e mebbiosa dell'anima quei sentimenti di amicizia, di amore, di pace, di fede che aiutano, se non a vivere, almeno a consolare tristezza, affanno e pena, che giorno per giorno scontiamo. Gianni Diecidue |
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| Enza Bavetta è nata a Roma dove ha vissuto alcuni anni: trasferitasi con la famiglia a Santa Margherita Belìce ove vivevano i nonni paterni intrecciò con loro un legame affettuoso. Nello stesso paese iniziò a frequentare la Scuola Elementare, per proseguire poi fino alla Media. Ha continuato gli studi a Sciacca conseguendo il Diploma di Maturità Artistica; e a Mazara del Vallo di Maturità Magistrale. Iscritasi all'Università di Palermo al cosro di Girisprudenza, ha abbandonato la frequenza, per dedicarsi alla profesione di V.C. VV.UU. che svolge con amore e che le dà tanta soddisfazione. Fra gli interessi di Enza Bavetta emergono in particolare la musica e la pittura; quest'ultima le ha consentito di fare diverse mostre personali ad Agrigento, Santa Margherita Belìce, Sciacca, Menfi e Palermo ed altre ne ha in preparazione. | ||
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