Enza BAVETTA

OPERE

Nota sull'Autore


Lume e riverbero - poesie - Enza Bavetta

Enza Bavetta

Lume a riverbero
POESIE

Introduce Gianni Diecidue

Grafica di Paola Li Voti

EDIZIONI MAZZOTTA
1991


Due poesie in dialetto:

LU TERREMOTU

LA FESTA DI LU SIGNURI


Una poesia in lingua:

PASSERO


PREFAZIONE
di Gianni Diecidue

Potrebbe sembrare non dico strano, ma almeno insolito che una prefazione cominci con l'indicare alcuni limiti facilmente riscontrabili in queste liriche di Enza Bavetta, ora per la prima volta raccolte a pubblicate. Limiti d'altronde presenti nella maggior parte dei poeti "novizi", sia perché questi mancano di esperienza, che si acquista con un lungo esercizio, sia perché sono preoccupanti più a dire le cose, ad esprimere i propri sentimenti, il che non è di poca importanza, che a come dire le cose, dare cioè al contenuto quel linguaggio vibrante, vivace ricco di movenze liriche ed espressive, che è conquista di fervore fantastico e creativo; e questo è altrettanto importante per elevare il discorso poetico sul piano di vera e alta poesia. Per fortuna in questa silloge della Bavetta non ci sono soltanto quei limiti lamentati, ma anche, e non pochi momenti di poesia apprezzabili. Ciò accade quando la poetessa riesce a fare a meno del discorsivo e del descrittivo, a superare l'andamento prosaico e a liberarsi dell'uso dei correlativi e delle aggettivazioni per lasciarsi andare a quella sua dote di istintività e naturalezza al ritmo ed al cantabile tradotti da rime e assonanza casuali e non volute. A mio parere qui è da vedere l'elemento nuovo e positivo della poesia della Bavetta perché ritmo e cantabile riescono a rendere leggere e quasi ingenue, ma ingenue non lo sono, le immagini fatte essenziali soprattutto in quelle poesie brevi che parlano dell'amore, della solitudine, della natura, che sono i temi più sentiti e più ispirati. L'amore è motivo dominante della raccolta e la sua presenza si avverte anche quando non è trattato apertamente come nel clown che "ride ancora, / per non far piangere chi / ha riso con lui,/ o forse di lui"; come in quel pianto di bimbo che "ha perso / il cucciolo, per lui più nulla esiste,"; come nella ballerina che "balla per sempre la danza / della vita, non dire mai / la musica è finita". L'amore, anche quando tocca le corde della passione, è sentito dalla Bavetta come moralità perché è comforto, comunione con gli altri, fede, i cui esempi sono ritrovabili nei legami con la famiglia, con gli amici, con la natura, con Dio. La poetessa vede nella mamma l'immagine del cielo, cioè conforto e salvezza (Mamma), a Dio chiede la pienezza dei Suo amore che per l'anima è vita (O Dio). Della vita la nostra poetessa non ha una visione ottimistica; la considera giustamente un palcoscenico dove si recita commedia e dramma nello stesso tempo, cioè amore e odio, ma nella vita, ci dice che sempre si può dare e ricevere un sorriso, una gioia, un giorno di festa.
"
...Esser per te come il
palcoscenico della vita dove
s'incontra odio e amore e darti di
me un ricordo allegro, carico di
brio come una festa ben riuscita
".
In "Delusioni" noi, l'umanità, diventiamo attori in questo palcoscenico
"
La vita è una commedia
e noi siamo di essa gli
attori più qualificati
".
"
Un bluff" la vita che ci lascia attoniti, delusi, stupiti per essere presi in giro beffati e bleffati da "attori disfatti / che in cuore non hanno / la forza d'amare". Ed è la forza d'amare o dell'amore, che crea, determina, la gioia di vivere, la quale ci può essere data anche dalle piccole cose, dal ruscello dove si va a lavare la stanchezza e a ballare al ritmo dello scorrere dell'acqua perché passino "liete le ore"; dal "bearsi di un raggio di sole, / bagnarsi sotto una pioggia" e sentire che è meraviglioso, com'è meraviglioso "raccogliere un fiore che non ha / profumo" curare un animale ferito per essere vivi a vitali. Al contrario, dove non c'è gioia di vivere, dove manca questo attaccarsi alle cose, questo attaccarsi alle cose, questo abbraccio alla natura, insomma se manca amore, ciò che resta è l'inutilità della vita, la soltudine e il silenzio; ciò che resta è quell'aggressivo e penetrante "labirinto mentale / che solchi la mente / a dai nuovo dolore", l'angoscia dell'io che ti fa inerte e senza volontà; in una parola resta la morte.
"
Ma se l'amore si alluntana da me
tutto è assurdo, inutile, mostruoso,
la vita qualcosa che si sgretola.
Frasi interrotte da dolore che cresce,
tutto è gelido come gelida morte.
non so se sono vissuta
o morta da sempre
".
Ma a questa amara conclusione la poetessa si ribella, anzi in tutta la raccolta il sentimento e l'idea di una tutto finito sempre si rincorrono con la speranza e la certezza che ci sono stati, ci sono e si saranno sempre con lei, per noi, per questo genere umano gioia, sogni e felicità; illusioni magari ma che servono a dare credito, sapore, gusto alla vita. Credo che questo sia il messaggio che si ritrova meglio espresso nella lirica "
Mia felicità", dove all'improvviso balzano da una plaga remota e mebbiosa dell'anima quei sentimenti di amicizia, di amore, di pace, di fede che aiutano, se non a vivere, almeno a consolare tristezza, affanno e pena, che giorno per giorno scontiamo.

Gianni Diecidue


Nota sull'Autore

Enza Bavetta è nata a Roma dove ha vissuto alcuni anni: trasferitasi con la famiglia a Santa Margherita Belìce ove vivevano i nonni paterni intrecciò con loro un legame affettuoso. Nello stesso paese iniziò a frequentare la Scuola Elementare, per proseguire poi fino alla Media. Ha continuato gli studi a Sciacca conseguendo il Diploma di Maturità Artistica; e a Mazara del Vallo di Maturità Magistrale. Iscritasi all'Università di Palermo al cosro di Girisprudenza, ha abbandonato la frequenza, per dedicarsi alla profesione di V.C. VV.UU. che svolge con amore e che le dà tanta soddisfazione. Fra gli interessi di Enza Bavetta emergono in particolare la musica e la pittura; quest'ultima le ha consentito di fare diverse mostre personali ad Agrigento, Santa Margherita Belìce, Sciacca, Menfi e Palermo ed altre ne ha in preparazione.


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