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Già controverso "caso" letterario, oggi universalmente riconosciuto come grande (il più grande?) classico del Novecento, Il Gattopardo veniva presentato quarant’anni fa da Giorgio Bassani con parole che la pubblica lettura proposta dal Teatro Stabile potrebbe far sue: "Sono persuaso che la poesia, quando c’è - e qui non mi par dubbio che ci sia -, meriti di essere considerata almeno per un momento per quello che è, per lo strano gioco di cui consiste, per il primordiale dono di illusione, di verità e di musica che vuol darci anzitutto. Si legga [noi diremmo: si ascolti] dunque da capo a piedi il romanzo, con l’abbandono che pretende per sé la vera poesia. Frattanto, dal canto suo, il più vasto pubblico avrà avuto il tempo di innamorarsi ingenuamente, proprio come usava una volta, di quei personaggi della favola dentro i quali l’autore, anch’egli come usavano una volta i poeti, se ne sta chiuso chiuso. Del principe don Fabrizio Salina, voglio dire, di Tancredi Falconeri, di Angelica Sedàra, di Concetta e di tutti gli altri: il povero cane Bendicò compreso".

Dell’autore, appunto, del "poeta", leggiamo allora l’affettuoso ritratto vergato dal critico Francesco Orlando, che, giovanissimo, ne fu amico e devoto allievo; è il ricordo del loro primo incontro: "Per caso, alla porta del suo appartamento nel palazzo di via Butera, in un quartiere a mare solenne ed abbandonato, Lampedusa venne ad aprirmi di persona. … il suo aspetto fisico rivelava al primo colpo d’occhio una personalità fortissima: era di quegli uomini che non tardano ad attrarre involontariamente l’attenzione su di loro anche in una stanza in cui si trovino venti persone. Questo non dipendeva tanto dalla notevole statura e dalla grassezza, quanto dall’imponenza della testa, dall’apertura della bella faccia e dai due occhi scuri che, sempre timidamente sfuggenti nell’atto di porger la mano, dominavano ambiente e interlocutori in qualsiasi altro momento. La carnagione olivastra, meridionalmente solare, evocava in me ragazzo di città associazioni campagnole anteriori ad ogni riflessione sulla sua ascendenza feudale. … nel modo chiaro e concreto di conversare, nella lucidità semplificatrice, nell’arte di lusingare deliziosamente quando voleva o di pungere altrettanto espertamente … si mescolavano in varia misura raffinatezza di educazione, apporti della cultura francese e inglese, disincanto senile, pessimismo aristocratico e formazione positivista".

Un’opera e un autore, dunque, da cui lasciarsi affascinare, da riscoprire - o (perché no?) da scoprire -, attraverso la preziosa opportunità di una lettura integrale, nella magia inarrivabile e insostituibile della scrittura.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa