A prima vista Il manoscritto del principe potrebbe
sembrare la cronaca di un episodio della nostra storia letteraria,
che ci offre, dalla prospettiva palermitana, il ritratto di Giuseppe
Tomasi di Lampedusa, principe di Salina, l'autore di Il gattopardo,
uno dei libri più celebri, sorprendenti, importanti del Novecento
italiano. Ma a guardare bene si tratta invece della cronaca di una
contesa amorosa, di un amore a tre. Quello tra Tomasi di Lampedusa,
il grande coltissimo aristocratico siciliano, e due ragazzi, due
diverse immagini di giovinezza, due diverse classi sociali, due
diverse aperture sul mondo: uno, Guido Lanza (sotto cui si nasconde
colui che è cresciuto per diventare il musicologo Gioacchino Lanza
Tomasi), appassionato di musica, aristocratico, brillante,
disinvolto, l'altro, Marco Pace (lo studioso e scrittore Francesco
Orlando, sul cui libro Ricordo di Lampedusa si basa il film di
Andò), un ragazzo della media borghesia, intelligente, aspro, senza
uso di mondo, con un notevole talento e una grande curiosità
letteraria. In palio, nella contesa amorosa, c'è l'attenzione, il
rispetto, la predilezione, l'eredità spirituale di Tomasi di
Lampedusa, che - siamo nei primi anni '50 - è un qualsiasi e molto
speciale gentiluomo di provincia innamorato della letteratura, che
ancora non è celebre, ancora non ha dato alle stampe Il Gattopardo
(uscirà dopo la sua morte, da Feltrinelli, per scelta di Giorgio
Bassani, e dopo un rifiuto da parte di Elio Vittorini a nome
dell'Einaudi che è stato uno degli "scandali" letterari del
dopoguerra), ma che già viene percepito come un maestro.
Certo il film di Roberto Andò, fortemente voluto e prodotto
da Giuseppe Tornatore, "non è un film per tutti", anche se per
ragioni opposte a quelle della moralità pubblica. Perché, delicato,
reticente, pudico e letterario com'è, si indirizza al pubblico della
nicchia letteraria, e anche lì susciterà forse qualche perplessità,
proprio per la reticenza e la mancanza di eventi. D'altra parte, non
parla di un aristocratico che apprezza gli "scrittori magri", quelli
che sanno nascondere i loro sentimenti, quelli che, come il suo
prediletto Stendhal, pensano che le parole dicano meno dei gesti? A
dispetto di una certa rigidezza di Paolo Briguglia nel ruolo di
Marco, a un eccesso di mondana disinvoltura da parte di Giorgio
Lupano nella parte di Guido Lanza, e all'effetto doppiaggio che
distanzia ulteriormente il personaggio del principe - interpretato
con elegante distacco e una buona dose di sentenziosità da un Michel
Bouquet che ricorda molto Paolo Stoppa - il film tiene fede alle sue
promesse e a una linea di racconto dei sentimenti e delle reazioni
che è più importante dei fatti. Non c'è certo molta suspence: si sa
che la gara a conquistare il titolo di erede intellettuale di
Lampedusa - e del suo nome - è stata vinta da Guido (e Gioachino
Lanza Tomasi, collaborando a ricostruire questo episodio rende
omaggio al talento e all'orgoglio dell'amico sconfitto).
Ma
l'elegante, intima ricostruzione della Palermo colta e remota di
quegli anni, in cui risaltano il bel personaggio di Licy Wolf, la
principessa baltica moglie di Lampedusa, interpretata con il solito
charme da Jeanne Moreau, e quello del poeta Lucio Piccolo, un cammeo
straordinario del sempre bizzarro Leopoldo Trieste, è la cornice di
una educazione sentimentale e letteraria che vale il biglietto:
anche se "la favola dimostra che" anche l'intellettuale più acuto e
intelligente non ama uscire dai confini della sua classe.
(2 aprile
2000) |
Il
mistero del Gattopardo di Irene
Bignardi
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