http://www.carlolevi.rdn.it/invlettu.htm

Invito alla lettura - a.s. 93-94 - Letteratura e società in Sicilia - scheda n° 2


Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa


Il Film (dal Dizionario dei film di Fernaldo Di Giammatteo, Editori Riuniti)
1860. La notizia dello sbarco dei garibaldini a Marsala interrompe la recita del rosario in casa del principe don Fabrizio di Salina (Burt Lancaster). Suo nipote Tancredi (Alain Delon) , allo scopo di controllare il corso degli eventi, si arruola tra i volontari. Il principe approva l’opportunismo del nipote, credendo così di mettersi al riparo da ogni cambiamento. Di opposto avviso il prete di famiglia: il gesuita padre Pirrone (Romolo Vali). Nonostante la rivoluzione i Salina si recano come ogni anno in villeggiatura nel feudo di Donnafugata. Qui è in corso il plebiscito per l’annessione allo Stato sabaudo, e il principe vota pubblicamente a favore. I risultati della votazione simulano un’adesione unanime; a dispetto di chi, come don Ciccio Tumeo (Serge Reggiani), aveva confermato la propria fedeltà al vecchio regime. Capo locale del nuovo corso è il sindaco don Calogero Sedàra (Paolo Stoppa), un "uomo nuovo" arricchitosi coi suoi traffici. Invitato a pranzo dal principe, il rozzo Sedàra sorprende tutti i convitati con la bellezza di sua figlia Angelica (Claudia Cardinale). Don Fabrizio appoggia il fidanzamento del nipote, nobile ma spiantato, con la ricca e sensuale ereditiera: nonostante che anche sua figlia Concetta (Lucilla Morlacchi) sia innamorata di Tancredi. Mentre questi comincia la scalata sociale nello Stato sabaudo, don Fabrizio declina il seggio di senatore offertogli dal funzionario piemontese Chevalley (Leslie French), poiché è del tutto scettico sulle possibilità di cambiamento della Sicilia. Durante un ballo a Palermo, presagisce la fine del proprio mondo e invoca l’estrema certezza della morte. Tancredi e don Calogero, invece, tornano dal ballo rassicurati: hanno udito che l’esercito regolare ha giustiziato i garibaldini ribelli.

Il libro
Appena legge il romanzo di Lampedusa, Visconti decide di trarne un film. Molti sono gli elementi che lo affascinano: il ruolo della cultura aristocratica, l’ambientazione siciliana, la descrizione degli avvenimenti risorgimentali sotto il profilo inconsueto del "tradimento": prospettiva questa già utilizzata per Senso. Visconti non ritiene in contraddizione le acquisizioni della storiografia democratica (Gobetti, Salvemini, Gramsci) sul Risorgimento come "rivoluzione incompiuta" col pessimismo del principe di Salina. Esso si manifesta, nel film come nel libro, in una serie di dialoghi: come quello con don Ciccio Tumeo durante la battuta di caccia, in cui si fa riferimento alla manipolazione del risultato elettorale nel plebiscito per l’annessione allo stato sabaudo. I personaggi esprimono punti di vista reazionari; "ma lo fanno" osserva Visconti "o meglio Lampedusa ha ottenuto che lo facciano, in modo tale da mostrare in qual modo distorto la classe dirigente piemontese e i suoi alleati naturali in Sicilia portassero avanti il nuovo servendosi unicamente degli strumenti più menzogneri e deprimenti del vecchio, la malafede, la sopraffazione, l’inganno" (L. Visconti, Il Gattopardo, Bologna 1963, p. 29). Nel Gattopardo, Visconti ammira l’intrecciarsi di vita interiore e vita sociale, cui vede corrispondere, sul piano dello stile, la sintesi tra il realismo di stampo verghiano e il flusso della memoria proustiana. "Sarebbe la mia ambizione più sentita" afferma " quella di aver fatto ricordare in Tancredi e Angelica la notte del ballo in casa Ponteleone, Odette e Swann; e in don Calogero Sedàra nei suoi rapporti coi contadini e nella notte del plebiscito, Mastro Don Gesualdo" (ibidem, p.28). Ancora una volta, la sua sintesi stilistica Visconti la cerca nel melodramma. Con un attacco sontuoso, con quel susseguirsi di carrellate che funge da ouverture, con l’allegro maestoso del commento musicale di Nino Rota, il film dichiara fin dall’inizio di voler sottolineare la musicalità del romanzo. Per il ballo Visconti utilizza lo spartito di un valzer inedito di Verdi. per la scena dell’arrivo dei Salina a Donnafugata, sviluppa le citazioni proposte nel testo: dall’aria verdiana Noi siamo zingarelle che saluta l’arrivo del corteo, all’Amami Alfredo che ne accoglie l’ingresso in chiesa. Ma l’intento di sottolineare gli elementi lirici del romanzo induce visconti a modificare il tono e la struttura. Dovendo trasformare in immagini e dialoghi il fluire del tempo e del monologo interiore propri del Lampedusa, il regista decide di sintetizzare i tempi della vicenda e di dilatare invece quelli del ballo. Sopprime alcuni episodi e tutta la parte finale del romanzo, in cui Lampedusa, dopo quello lirico, descrive con amara ironia il lato più squallido della morte: la sopravvivenza di persone e cose che hanno ormai esaurito la loro funzione storica. Lo scrittore sottolinea più volte l’importanza di quel patrimonio di ricordi, di speranze e di timori di classe di cui è costituito, come dice padre Pirrone, l’universo artificiale degli aristocratici: quella sensibilità ai segni esteriori, per cui l’apparizione in frac di don Calogero fa al principe un effetto maggiore che non il bollettino dello sbarco a Marsala quell’attaccamento alle case, al mobilio di cui parla Tancredi ad Angelica, quell’importanza di rispettare le tradizioni, che trasformerebbe in un dramma per il principe la mancata villeggiatura a Donnafugata. Proprio il mutare di questi segni contraddice l’illusione di do Fabrizio di fermare la storia. Anche se sarà scongiurata la rivoluzione popolare, cambieranno infatti la cultura, lo stile, i cerimoniali della classe dominante. Attraverso questi segni il principe prende coscienza della propria sconfitta: Era inutile sforzarsi di credere il contrario, l’ultimo Salina era lui (...) Perchè il significato di un casato nobile è tutto nelle tradizioni, cioè nei ricordi vitali; e lui era l’ultimo a possedere dei ricordi inconsueti, distinti da quelli delle altre famiglie (...) L’ultimo era lui. Quel Garibaldi (...) aveva dopo tutto vinto. (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano 1958, p. 291). Per questo motivo i cerimoniali dei Salina descritti da Visconti (la preghiera, la toeletta, la vestizione, la lettura, il giuoco, la caccia, la colazione all’aperto, il pranzo, il ballo) non scadono mai a pura illustrazione, ma danno il senso del loro significato sociale e della loro fine imminente. Nonostante che la ricostruzione scenografica avalli, e persino accentui, la idealizzazione di luoghi e ambienti mediata dalla memoria del Lampedusa, persone e cose appaiono come sontuose nature morte. Visconti ricorre al procedimento per lui consueto di sospendere i gruppi familiari nell’immobilità: come nella scena iniziale del rosario, o nella chiesa di Donnafugata, quando i Salina appaiono come mummificati sotto la coltre di polvere del viaggio. Una immobilità a cui il regista si proponeva di attribuire un significato polemico, indicando nel trasformismo e nell’immobilismo di ieri le premesse alla stasi politica attuale. Anche nel finale Visconti ha voluto aggiungere uno spunto polemico, inserendo nel testo un’allusione alla fucilazione dei disertori dell’esercito regio, che nel 1862 seguirono Garibaldi in Aspromonte. Abbandonato su un pouf della sala d’oro, Tancredi accenna con nonchalance ad Angelica dell’esecuzione imminente. Si esibisce così nella sua veste politica, provocando la risentita delusione di Concetta. Rimasti soli, Tancredi e Angelica si abbracciano; finchè irrompono nel salone gli ufficiali e le dame che aggregano la coppia alla catena della quadriglia: un vincolo simbolico, con il quale contrasta l’isolamento del principe fra i membri della sua classe. In ultimo, mentre don Fabrizio si inginocchia al passaggio del viatico e pronunzia la sua estrema invocazione di morte, lo sparo dei fucili echeggia all’interno della carrozza su cui rientrano Tancredi, Angelica e don Calogero, e li rassicura della restaurazione dell’ "ordine". Queste notazioni hanno l’intento di suggerire il corso reazionario della nuova classe dirigente, futura sostenitrice del fascismo. Ma, più che altro, sottolineano il contrasto tra la posizione di aristocratico distacco del principe e l’arido opportunismo dei suoi successori. Anche gli spunti intenzionalmente polemici convergono così in quello struggente ritratto della fine del principe, che è il vero tema dominante del film. Il suo culmine è nel ballo. Visconti ha posto questo capitolo - l’ultimo scritto dal Lampedusa - a conclusione della vicenda, e lo ha dilatato sino a fargli occupare un terzo dell’intero film. Tra i suoi fasti coreografici ha insinuato quei sedimenti luttuosi di cui lo scrittore ha intessuto tutto il romanzo. Il momento della fragorosa spettacolarità diventa così anche quello della contemplazione interiore. Durante il ballo il principe prende le distanze, sia dalla vecchia aristocrazia in declino, sia dai volgari profittatori del nuovo corso. Mentre gli altri aristocratici celebrano la loro sopravvivenza nei fastosi ed antiquati ambienti di palazzo Ponteleone, egli riconosce in quella illusoria vitalità i presagi della fine imminente. Il principe prende così coscienza del proprio inganno: l’illusione che il matrimonio di Tancredi con Angelica potesse preservarlo dalla morte, sia come individuo che come esponente della sua classe sociale. Egli cercava evidentemente nella vitalità del nipote un compenso all’esaurirsi della propria: all’inizio del film, Visconti fa apparire l’immagine di Tancredi riflessa nello specchio del principe, come fosse la sua immagine. Ma nel finale questa proiezione si rivela illusoria. Durante il celebre valzer, il principe si sostituisce per l’ultima volta al nipote; ma anche la bellezza di Angelica si rivela allora un effimero risveglio dei sensi: un corteggiare la morte in uno dei suoi ingannevoli travestimenti. Dalla contemplazione del quadro di Greuze La morte del giusto, il principe passa alla premonizione della propria. Quando il ballo volge ormai al termine, Visconti riprende il principe mentre si osserva allo specchio della toilette. La musica tace per un momento; con un lungo primo piano, la macchina da presa indugia sull’immagine riflessa; poi, in controcampo, si sofferma sul volto stesso in lacrime. Una breve panoramica scopre nella cameretta (con una punta sarcastica che tempera l’accento patetico) le file di orinali stracolmi, quindi segue ancora il principe che passa nel salone vicino. Qui egli appare isolato e come smarrito nella vastità dell’ambiente. Si allontana verso il terrazzo: e un breve movimento di panoramica opposto al suo sembra prolungare il cammino verso l’incerta luce dell’alba. Visconti sottolinea con struggimento l’intuizione di morte del protagonista. Esalta la sua solitudine nella affollata vanità mondana; il suo pessimismo contro la sicumera dei Pallavicino, dei Sedàra, dello stesso Tancredi. Con quel gioco di specchi, quel ricorso alle lacrime, quel gusto melodrammatico che gli sono propri, interrompe il romanzo al suo culmine lirico, prima che l’epicedio struggente si trasformi in grottesco inventario del passato. La passione di Visconti per la psicologia di questi personaggi lo induce a riprendere puntualmente la conversazione e a restituire allo spettatore anche i moti interiori, descritti con tanta efficacia da Lampedusa. Ancor più che in altre sceneggiature, in queste pagine sono molto evidenti le diverse possibilità espressive dei due linguaggi. I pensieri, le fantasticherie dei personaggi letterari, al cinema devono, quasi necessariamente, essere resi con la parola. L’espressione degli attori o l’inserimento di elementi allusivi spesso non sono sufficienti. Il mezzo audiovisivo non può rendere nella loro totalità e in profondità le riflessioni o gli stati d’animo e, quindi, un regista che creda alla rilevanza di un certo passo del testo, lo trasforma in parole. Non è certo l’unico procedimento: si può far ricorso alla voce fuori campo, alle didascalie o ad altre invenzioni che al cinema non mancano, ma non sempre questo è funzionale, a volte toglie dinamicità, interrompe il fluire della narrazione. Solitamente la scelta cade su questo tipo di "traduzione".

Riferimenti bibliografici
G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano 1958
Alessandro Bencivenni Luchino Visconti L’Unità / Il Castoro, 1995
Cristina Balzano Testo e cinema Editoriale Paradigma , 1989