"Lu chianu di lu pupu"

Il salotto buono della città di "Santa Margarita".

Di Francesco Graffeo e Giuseppe Scuderi

"Lu chianu di lu pupu", poi Piazza Municipio, Littorio ed in ultimo Matteotti: dal 1850 al gennaio 1968, per Santa Margherita di Belìce, è "Agorà", baricentro di un sistema di relazioni. La comunità margheritese oggi è privata dell’unica memoria di spazio urbano vissuto prima a causa del sisma, poi per l’incuria, per le scelte urbanistiche e per gli interventi riduttivi ed irrispettosi sugli elementi che qualificavano la piazza dal punto di vista monumentale, ornamentale e di arredo urbano.

L’embrione della piazza trae origine, dall’insediamento arabo, come area antistante il fortilizio del Casale Manzil-Sindi intorno all’835, casale fiorente sino al periodo normanno e ai tempi di Federico II (1246: 410 anni di vita) che a seguito della rivolta dei musulmani operò una "Pulizia Etnica", sterminandoli e deportando le popolazioni superstiti a Lucera. Così gli 11 feudi del Misilindino, rimasero disabitati sino alla prima "Licentia Populandi", di re Filippo II di Spagna, nel 1572, data ad Antonio Corbera che, sulla collina prossima all’antico fortilizio saraceno, fece sorgere le prime case e la chiesa di San Vito. La torre saracena venne ampliata ed adattata a palazzo baronale.

Morto Antonio Corbera e dopo sventure familiari, la baronia passa al figlio Vincenzo, che fece edificare la chiesa di S. Isidoro e la casa dei Giudici e dei Giurati poi sede del Municipio. La casa cominciò a delimitare lo spazio della piazza, poi a Girolamo Corbera che ottenne nel 1610 da re Filippo III la riconferma della prima "Licentia Populandi" e la facoltà di dare al paese il nome di "Santa Margarita". Continuò il flusso di popolazioni verso il nuovo paese del Misilindino, (nel 1713 - 3116 abitanti). L’evoluzione della piazza ha un nuovo impulso dal 1706 con Alessandro I Filangeri che fece ampliare il suo palazzo baronale ed edificare al suo fianco la chiesa. Con il nipote Alessandro II Filangeri, avvenne l’ampliamento della sede baronale nella parte anteriore con l’inserimento al suo interno del Teatro "Sant’Alessandro" e la realizzazione del lungo prospetto che delimitò il primo cortile del palazzo. Nel 1724 elesse la chiesa adiacente il palazzo a Madrice dedicata a S. Rosalia. Allo stesso si deve la sistemazione del giardino a sud, accanto al palazzo ed il rifacimento della Casa dei Giudici e dei Giurati nel cui piano terra poi Nicolò I Filangeri fece sorgere il "Circolo dei Civili"

Di fronte il palazzo baronale, nell’attuale via Collegio, allora prospicienti la grande piazza, dall’estremità ovest sorgevano: la Casa Monteleone; per un lascito, nel 1734, del Sacerdote Francesco Maggio, "l’Orfanatrofio Maggio"; per un lascito, nel 1750, dello stesso sacerdote e di Don Silvestro La Sala, "l’opera Pia Collegio di Maria", (entrambi gli istituti furono dotati di una propria chiesa); tra i due istituti sorgeva il Palazzo Scaminaci Di Giovanna; seguivano "li Casalini"; la Casa Rametta, altri fabbricati e la Chiesa della Madonna delle Grazie all’estremità est.

Ad opera di Alessandro II Filangeri, successivamente la grande piazza venne ristretta per l’edificazione, della lunga palazzata che donò agli abitanti più facoltosi. La costruzione è attraversata da un arco con volta a botte che costituisce un collegamento verso il quartiere S. Vito. Fu delimitato così definitivamente lo spazio della piazza che rimase aperta solo a sud, sino all’edificazione della casa Ferraro, intorno al 1800.

All’angolo sud-est del Palazzo dei Giudici e dei Giurati, nel 1861 vi era collocata una statua da cui "Lu chianu di lu pupu". A quei tempi il dislivello tra la palazzata ed il palazzo baronale era compensato da un muro che dal centro della piazza si congiungeva con l’angolo della casa Ferraro sulla via Duomo. Dopo i luttuosi fatti del 4 e 5 marzo 1861 la statua fu trasferita nella Villa Comunale e alla fine del 1800 fu realizzato il nuovo bastione parallelo al fronte del palazzo, delimitato da ringhiere artistiche, panchine in pietra, lampade ad acetilene su pali in ghisa e un filare di rubinie, con tre gradinate in corrispondenza degli ingressi della Chiesa Madre, del Teatro e del Palazzo Cutò.

Nel 1885, per concessione del Principe Lucio Mastrogiovanni Tasca, sorse il "Circolo dei Maestri" con ingresso dalla via di accesso alla piazza. La dissoluzione dei beni dei Mastrogiovanni Tasca e la perdita di prestigio è esaltata, intorno al 1910, dalla folta chioma delle rubinie che si lasciavano crescere, precludendo alla vista il palazzo baronale e intorno al 1930, dall’eliminazione della scalinata che collegava il palazzo e la piazza.

Ma questa non fu solo spazio risultante tra gli edifici su essa prospicienti. Fu luogo di socializzazione e teatro di svariate manifestazioni socio-culturali per la comunità del tempo. Oltre le proiezioni cinematografiche eseguite da Filippo Di Giovanna con macchine ad acetilene, merita di essere ricordata un’esecuzione del "Carnevale di Venezia" suonato con un effetto perfettamente sincronico dal corpo musicale, diretto dal maestro Francesco Riggio, con gli orchestrali posti sui balconi degli edifici di Palazzo Cutò, Palazzata e Municipio, che avvolgevano il pubblico posto al centro, ciò a significare il giusto equilibrio dimensionale, funzionale e persino acustico raggiunto "dall’Agorà".

I successivi interventi, in quest’area ormai definita, riguardarono la gerarchizzazione degli spazi orizzontali, con la definizione delle zone di sosta e di transito e la mediazione operata degli elementi di arredo. Su questo piano unico, delimitato sul fronte del Palazzo Cutò dalla sola via Duomo transitabile ed a quota inferiore, assumono successivamente un ruolo regolatore, la localizzazione della fontana, del chiosco e del filare di alberi, ai quali si allinea la via volutamente soprelevata sul fronte della palazzata, con gli interventi diretti dall’Ing. Giaccone, allora Podestà.

L’eliminazione della scalinata centrale rafforza il rapporto tra la chiesa e la piazza, sottraendo ogni contatto tra questa e il decaduto centro del potere.

Sin qui tutto in un crescendo fino alla notte del 15 gennaio 1968: un evento naturale usato dagli uomini come pretesto per dissolvere la storia. Scelte urbanistiche e progettuali, rivolte a tutelare interessi estranei alla salvaguardia della "Storia", scompaginano trame viarie e rapporti spaziali generando una conformazione "informe". Tra le infelici scelte degli anni 70 vi è stata la chiusura e la negazione storica della Via Duomo (piano Fiore) con un robusto ed alto muro di sostegno. L’assenza di recupero della chiesa Madre: è una ferita che lascia un segno indelebile nelle coscienza di chi poteva intervenire.

Il risultato dell’intervento di recupero della piazza, negli anni 90, parziale per volontà ed impegno economico, ostacolato da beghe politiche, su progetto degli Architetti Leone e Culotta, per la parte realizzata, non ha la forza di instaurare rapporti gerarchici e relazionali con il contesto, annulla in prospettiva, ogni legame tra la stessa e le funzioni degli organismi architettonici (Palazzo Cutò, Teatro, Chiesa). Nulla stabilisce inoltre in riguardo al fronte dell’ex palazzo dei Giudici e dei Giurati, poi Municipio e sede sociale dei Circoli dei Civili e dei Maestri (istituzioni socio-aggregative della città) eludendo un contatto remoto. Ha comunque il pregio di avere ridato dignità alla via Duomo, ed al fronte del Palazzo Cutò (scelta che ha sollevato non pochi dubbi alla collettività) .

Urge ripristinare equilibrati rapporti spaziali, dare dignità ai luoghi della socializzazione e dell’aggregazione, anche con linguaggi e tecniche moderne dell’architettura e dell’urbanistica, che però siano rispettosi dell’evoluzione storica, avendo il coraggio di rinunciare alla creazione di nuove relazioni, mai esistite, tra la piazza e la via Libertà, se non attraverso mediazioni adeguatamente studiate e calibrate. Piuttosto, occorrerebbe rapportarsi con il giardino storico del Parco Comunale del Gattopardo in modo armonico nei collegamenti pedonali e con il quartiere S. Vito, recuperando quel legame fisiologico e arcaico tra la "città del popolo" e la "città della guida del popolo".

 

Il Belìce Maggio-giugno 1999 Francesco Graffeo

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