IL BELICE

“Siamo distanti ma mentalmente vicini”

 Per il 2° anno la radio collega la comunità belicina con gli emigrati di New York

 di Francesco Graffeo

L’emigrazione si configura come un fenomeno complesso ed articolato che ha attraversato come un filo rosso tutta la storia dello Stato Italiano prima e dopo l’unità, acquisendo di volta in volta rilievi diversi in ognuna delle sue fasi. L’emigrazione è stata anche una delle caratteristiche peculiari della società meridionale e dopo il 1861 essa si configurò come uno dei nodi centrali della politica dello Stato italiano. Tra il 1896-1914 il nord visse il suo decollo industriale, mentre il Mezzogiorno si andò sempre più configurando come una specie di colonia del capitalismo settentrionale. Fu questa la condizione che acuì nelle province meridionali l’incremento della disoccupazione ed accrebbe in modo esorbitante il fenomeno migratorio. Difatti nel primo quindicennio del Novecento, l’esodo della popolazione agricola verso i paesi transoceanici raggiunse una grandiosità senza precedenti. Secondo quanto risulta dai dati Istat, emigrarono in America circa 4.711.000 di italiani: di cui 3.374.000 provenivano dal Mezzogiorno. Le cause scatenanti tale fenomeno migratorio, del tutto simile ad un vero e proprio esodo in massa, vanno riportate al notevole aumento della popolazione italiana di quegli anni e alla sua densità, all’arretratezza dell’economia industriale e commerciale, oltre alla crisi dell’agricoltura e alle epidemie di malaria, che devastavano vaste aree del territorio peninsulare. Rispetto alle precedenti ondate migratorie, dirette in gran parte verso l’America Latina, negli anni tra il 1901 ed il 1913, gli emigranti italiani preferirono stabilirsi nelle città dell’America del Nord. Si trattava di un Paese, quello degli Stati Uniti, che poteva contare su un sistema industrializzato ben consolidato che si avviava verso un intenso sviluppo monopolistico: furono queste condizioni che spinsero un gran numero di emigranti a trasferirsi in città come New York, Boston, Philadelphia. E con New York per  il 2° anno consecutivo, la folta comunità di emigrati margheritesi e montevaghesi e i compaesani dell’area del Belice, hanno conversato per oltre 2 ore la prima domenica di questo 2003. Incollati alla radio, come in una diretta di calcio, sulle frequenze dell’emittente locale Radio Futura Network di Menfi, numerosi cittadini hanno risposto agli interventi provenienti d’oltre oceano, collegati via telefono con gli studi dell’emittente. Dal “Circolo Santa Margherita” di New York, erano presenti i componenti del consiglio d’amministrazione del sodalizio fondato nel lontano 1913, con in testa il presidente Dima Artale, il vice Pietro Sciara, Paolo Di Giovanna, Calogero Concadoro, Antonino La Sala, Gino Graffagnino, e Luciano Saladino che ha moderato gli interventi d’oltre oceano. Presenti tanti altri emigrati che hanno lasciato la dura Terra del Gattopardo e di Montevago in cerca di un avvenire migliore. A New York vi abita anche gente emigrata a partire dai primi anni del secolo scorso. Fra questi Paolo Giarraputo, classe 1916, che vive con la sorella Angela, classe 1912, ed emigrato in america a sole 16 anni che racconta: “appena sbarcati, era il 1932, fummo messi in quarantena prima di ottenere il visto. Venivamo guardati quasi come gli attuali extracomunitari”. Emigrati che con lo spirito del “gruppo” fondarono un sodalizio, ed importarono a ricordo della terra d’origine, le tradizioni religiose tra cui la festa del Crocifisso. Un fenomeno migratorio verso l’america che ha avuto punte notevoli negli anni sessanta, fermatosi subito dopo la tragedia del sisma del 1968, che ha scosso i paesi della Valle del Belice.  A rispondere alle voci d’oltre oceano che “chiedono con il cuore di non essere dimenticati”, sono gli amministratori delle 2 cittadine. Rispettivamente Giorgio Mangiaracina ed Calogero Impastato, che hanno assunto l’impegno di rispondere all’invito lanciato dal Direttore dell’Istituto di Ricerca e Istruzione “Calandra Itatian American Institute” del  Queens College, Vincenzo Milione, partito così presto da Montevago (a sole 5 anni nel 1955) che ha dimenticato la lingua italiana, ottimamente inserito nel mondo accademico americano, è che da tempo studia è analizza i processi emigrativi dei siciliani in america. Dagli studi di Radio Futura, Onorio Abruzzo ha moderato gli interventi del vice sindaco Giovanni Giacone, e dell’assessore Lillo Montaleone. Un saluto è stato portato anche dalla Chiesa con gli arcipetri Don Giuseppe Gelo e Don Luciano Augello, e dai componenti delle proloco di S. Margherita e Montevago, Scuderi e Di Giovanna. Emigrati, che hanno anche messo mano al portafoglio negli anni 60, e con le loro donazioni, costruito l’Ospedale Onofrio Abruzzo poi distrutto dal sisma. Gino Graffagnigno, classe ‘31, partito nel ’67 dice “ho fatto la gavetta come tutti, fino ad arrivare a lavorare in banca. Oggi sono in pensione”. “Per noi l’america è la nostra seconda Patria” dice Dima Artale, presidente del sodalizio margheritese. Sposato nel 1958, in quella chiesa madre oggi semidiroccata. Nel febbraio dell’anno successivo emigrò negli Stati Uniti. A New York sono nati 4 figli e 4 nipoti. Dima è ebanista. Ora è proprietario di un grande capannone dove lavorano parecchi operai. Da oltre quarant’anni si impegna per la comunità italo-americana. È anche presidente della Federazione Italiana del Queens, nota come Greater New York Association, prefissandosi l’obiettivo di unire le decine di associazioni e gli italiani che vivono a New York, riconoscendone i valori e la «fame» di italianità che si riscontra nei giovani. E fra queste la congregazione Maria Santissima delle Grazie di Montevago, rappresentata nel collegamento radiofonico dal suo presidente Vincenzo Di Giovanna, emigrato nel ‘63. Oggi 61enne in pensione, ha lavorato per parecchio tempo in una compagnia del gas. Sposato con Giuseppina Valenti, ha 4 figli già inseriti nella società americana. In un fax fatto pervenire giorni dopo, scrive: “… eravamo così emozionati ha sentire le vostre voci.. ascoltavamo in tanti attorno al telefono… e per tutti è stato un giorno indimenticabile..  Dice Franco Ingoglia, emigrato nel 1967 a sole 15anni e che oggi lavora come pizzaiolo: “Abbiamo sempre nostalgia. Ma è la festa della Madonna del 4 luglio, dopo la messa, la processione, e l’annuale <dinner dance>, l’occasione per rinsaldare i rapporti con tutti i compaesani”.

APPROFONDIMENTI

IL BELICE gennaio - febbraio 2003 Francesco Graffeo

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