PALERMO «Fai attenzione, il
cane Bendicò è un personaggio importantissimo ed è
quasi la chiave del romanzo». La scritta spicca sul retro della busta che contiene una
lettera inedita che Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva inviato al suo amico barone Enrico
Merlo di Tagliavia. Lo scrittore la scrisse il 30 maggio 1957 prima di partire per Roma
per sottoporsi ad una cura di cobaltoterapia. Il documento che fa luce su alcuni aspetti
del romanzo è stato reso noto da Gioacchino Lanza Tomasi nel corso della recente
inaugurazione del parco letterario intestato all'autore che si trova a Santa Margherita
Belice.
«Caro Enrico - scriveva il principe - nella busta di pelle troverai il
dattiloscritto del 'Gattopardo'. Ti prego di leggerlo con cura, è la sola copia che
posseggo, perché ogni parola è stata pesata e molte cose non sono dette chiaramente ma
solo accennate». Lampedusa rivolgendosi all'amico aggiungeva «mi sembra che presenti un
certo interesse perché mostra un nobile siciliano in un momento di crisi (che non è
detto sia soltanto quella del 1860), come egli vi reagisca e come vada accentuandosi il
decadimento della famiglia sino al quasi totale disfacimento: tutto questo però visto dal
di dentro, con una certa compartecipazione dell' autore e senza nessun astio, come si
trova invece nei 'Vicere'».
«E' superfluo dire che il 'principe di Salina' è il principe di
Lampedusa, Giulio Fabrizio mio bisnonno - prosegue la lettera - ogni cosa è reale: la
statura, la matematica, la falsa violenza, lo scetticismo, la moglie, la madre tedesca, il
rifiuto di essere senatore. Padre Pirrone è anche lui autentico anche nel nome». Lo
scrittore poi rivelava: «Credo aver fatto tutti e due più intelligenti di quel che
veramente fossero. Tancredi è fisicamente e come maniere, Giò; moralmente una mistura
del senatore Scalea e di Pietro, suo figlio. Angelica non so chi sia, ma ricorda che
Sedara, come nome rassomiglia molto a 'Favarà. Donnafugata come paese è Palma; come
Palazzo è Santa Margherita».
«Tengo molto agli ultimi due capitoli - affermava - la morte di don
Fabrizio che è sempre stato solo benché avesse moglie e sette figli; la questione delle
reliquie che mette il suggello su tutto è assolutamente autentica e vista da me stesso».
E poi lo sguardo alla Sicilia che dice «è quella che è,del 1860, di prima e di sempre.
Credo che il tutto non sia privo di una sua malinconia poeticità». Poi i saluti all'
amico velati di rassegnazione: «Io parto oggi, non so quando ritornerò». E alla fine un
indirizzo di Roma dove indirizzare le lettere.