Il Giornale di Sicilia
| Tasca di Cutò quell'aristocratico che abbracciò la causa socialista sino a finire in povertà i suoi giorni: per la passione politica dilapidò tutti i suoi averi. | Fondo giornali progressisti, fu eletto al consiglio comunale di Palermo e poi a Roma in Parlamento. Fu anche arrestato, si era creato troppe antipatie. |
UNA DELLE FIGURE più singolari e fuori dal comune nell'aristocrazia palermitana tra la fine del XIX secolo e il primo trentennio del XX, fu senza dubbio Alessandro Tasca di Cutò, figlio di Giovanna Filangeri di Lucio Tasca Lanza, unico maschio tra cinque sorelle, fin dall'infanzia si distinse per il suo spirito vivace e ribelle. Apparteneva ad una famiglia di nobili letterati. La sorella Beatrice fu la madre di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'altra, Teresa, del poeta Lucio Piccolo. Da giovane Alessandro aveva trascorso una vita brillante tra le frivolezze dell'aristocrazia palermitana. Aveva viaggiato in Europa con lunghi soggiorni a Parigi, nel massimo splendore della Belle Epoque. Uomo versatile e dall'intelletto pronto, fu presto interessato ai problemi del proletariato, in un momento di grandi mutamenti e fermenti sociali. Molto vicino a Napoleone Co1ajanni per le idee socialiste, nel 1890 fu tra quei giovani che finanziarono l'Isola, un quotidiano democratico, nella speranza di dare un contributo per i problemi del mondo operaio siciliano. Ebbe una parte importante nell'organizzazione dei Fasci, animato dagli ideali del nascente socialismo. Dilapìdò tutto il patrimonio di famiglia per spirito altruistico, arrivando al punto di doversi disfare - all'insaputa della sorella Beatrice proprietaria assieme a lui - del palazzo Cutò di S. Margherita Belice, ampiamente descritto nel libro "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa, amata dimora nei ricordi dell'infanzia. Tutti i suoi averi servirono a finanziare quotidiani e periodici, nonché ad aiutare le classi sociali più indigenti. Gli abitanti di S. Margherita Belice, tra quelli più anziani, lo ricordano come un uomo gioviale e molto disponibile alla battuta brillante e al divertimento. Si racconta, infatti, che egli si aggirasse per le strade del paese con la sua automobile facendo ascoltare dal grammofono il disco "La risata", con grande entusiasmo del popolo, come ricorda il professore Salvatore Valenti nella sua tesi di laurea dell'anno accademico 1969-70 alla facoltà di Lettere e filosofia dell'ateneo palermitano. Alessandro Tasca sposò una principessa polacca chiamata affettuosamente Ama, da cui ebbe i figli Alessandro Junior e Gioia. Alessandro Tasca aderì alle nuove idee del socialismo con grande convinzione e slancio, affinché fosse portato avanti il programma di Marx su un piano nettamente politico. Dalle pagine del suo giornale "Gibus", egli ebbe modo di ribadire più volte la supremazia dell'ideologia politica del partito rispetto alla stretta organizzazione operaia, per potere concretamente attuare i piani di riscatto delle classi sociali più sfruttate. In un articolo del marzo 1893, in occasione delle agitazioni per le convenzioni rnarittime, egli scriveva: "Quella di oggi è stata una bella giornata per le nostre idee. Noi siamo lieti di poterlo affermare Ben altre vittorie avremo a registrare in un'epoca non molto lontana quando a tutti sarà comune il grido da oggi audacemente lanciato di "viva il Socialismo". Negli ultimi anni del secolo, Tasca fondò il settimanale "La Battaglia" che doveva rappresentare l'organo ufficiale del partito socialista a Palermo. Egli non si limitò a finanziare il giornale, ma anche la sezione del partito. Questo gli diede l'opportunità di divenire leader indiscusso, creandogli molte ostilità tra gli aderenti. L'indirizzo socio-politico del nuovo organo di stampa si può riassumere in un articolo apparso il 9 aprile del 1899, dove tra l'altro si legge: "Palermo dovrebbe additare qualcosa di buono, ma non Io può perché prevale la corruzione e la disonestà, occorre creare un nuovo partito e lottare questo stato di fatto. Esso sarà costituito da coloro che non vogliono passare nè per disonesti nè per minchioni". In quel periodo egli venne eletto consigliere provinciale con consenso unanime, come rappresentante di quel partito socialista permeato di nuove idee riformiste e all'avanguardia. Durante il suo mandato egli affrontò problemi che i precedenti amministratori avevano trascurato, come il funzionamento degli stabilimenti pubblici, la questione spinocissima della sanità, la manutenzione costante delle strade provinciali, affidando gli incarichi alle cooperative dei lavoratori piuttosto che ai privati. La fortuna all'interno del partito e la sua foga che si esprimeva attraverso le pagine del suo giornale, non gli valsero certo molte simpatie: i duri attacchi nei confronti di personaggi di spicco contribuirono a creargli attorno molti malcontenti, fino alla formulazione di precise accuse all'interno del partito stesso, secondo le quali avrebbe commesso brogli elettorali, stretto alleanze poco chiare con avversari politici, ricevuto favoritismi elargiti da Ignazio Florio. Le accuse furono tutte smentite dalla direzione centrale del partito.
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La sera del 5 marzo del 1902, mentre Alessandro Tasca passava in carrozza, fu arrestato nella pubblica via per la querela dell1ex sindaco Paternò che era stato attaccato da Tasca in modo violento fino alla denuncia per diffamazione. Il processo protrattosi per un lungo periodo, si concluse con la condanna ad undici rnesi di reclusione per Tasca. La platealità dell'arresto era stata congegnata per screditare la figura e la moralità dell'accusato. Nell'imminenza delle elezioni amministrative, gli avversari politici vollero allontanare dalla scena un uomo fin troppo pericoloso per la sua irruenza dialettica, che godeva tra l'altro di larga popolarità. Manifestazioni di solidarietà si levarono da ogni parte, dal mondo politico, intellettuale e studentesco. I giovani universitari palermitani espresso in un articolo sul Giornale di Sicilia simpatia nei confronti di Tasca e sdegno per l'avvenimento. Dopo la scarcerazione, avvenuta nell'agosto di quell'anno, egli poté finalmente sedere in consiglio comunale, essendo stato eletto tra i primi del partito. Tuttavia l'intolleranza nei confronti di Tasca si fece sentire pesantemente allorquando la commissione consiliare aveva rigettato il reclamo che metteva in dubbio la legittimità della eleggibilità dei candidati socialisti, escludendo soltanto quello che riguardava Tasca. A questa decisione seguirono le dimissioni in massa di tutti i consiglieri comunali socialisti. Tasca sarà rieletto nel 1906 e nel 1908, ma già egli è pronto per occupare un posto in Parlamento. Qui la sua presenza è segnata da alti e bassi politici, all'interno del partito e nei confronti del governo. Egli si batté per la questione meridionale, per l'affermazione dei diritti del Sud, sempre emarginato. Auspicava un'unità italiana, lontana da idee federalistiche, propugnate dallo stesso Colajanni, e da una tendenza diffusa all'interno del partito stesso che mirava ad una autonomia della Sicilia per amministrare meglio una realtà sociale, economica, culturale e storica ben diversa da quella del Nord. Quest'uomo dedito con tutto il cuore a grandi ideali politici, che per servire le proprie idee si era ridotto in miseria, appare un personaggio indimenticabile sullo sfondo di profondi cambiamenti nella Palermo alla fine del XIX secolo. Colto, libero, nobile d'animo, generoso, egli sfidò la sorte, ma non si perse mai d'animo di fronte alle avversità economiche crescenti. Dalle lettere che egli scrive alla sorella Teresa, che si era ritirata a Capo d'Orlando assieme ai figli Casimiro, Giovanna e Lucio Piccolo, si arguisce che la sua vita si svolse in mezzo a grave difficoltà economiche. Egli diede spesso aiuto al nipote Casimiro, affinché possa racimolare qualche lira per pagare l'affitto o risuolare un palo di scarpe. Frequenti sono i suoi disagi perché spesso è costretto al digiuno. Cerca di rimediare qualche pranzo presso le famiglie nobili palermitane, delle quali è amico. Un suo antico 1egame è quello con il circolo Bellini, di cui è socio da sempre. Pur di pagare la quota, non esita a chiedere ed elemosinare 81 parenti qualche lira, per non essere espu1so. Le sue lettere non sono mai patetiche, ma sempre piene di humor, ironia. In esse traspare la facilità di sapere scrivere in modo colorito e spontaneo, secondo il suo stile già collaudato nel campo giornalistico e di oratore durante tutta la sua attività politica. Negli anni Trenta, egli scrive una serie di lettere, dove traspare il suo orgoglio di uomo che non si dà per vinto, che vive ogni giorno in modo intenso, senza farsi prendere dalla disperazione, senza mostrarsi vittima di una sorte ingrata. Molti dei "compagni" di partito, umili ed operosi artigiani che in ogni caso avevano di che vivere, lo aiutarono in molte circostanze. Così egli racconta alla sorella e ai nipoti che il compagno Tal dei Tali, sarto ha regalato un vestito nuovo, oppure che il calzolaio, in ricordo dei bei tempi andati, gli ha procurato un nuovo paio di scarpe gratis, o che il barbiere che egli frequenta, si dimostra suo amico in molte occasioni. Esiste dunque una gara di solidarietà tra gente del popolo riconoscente al politico che in passato ha difeso la loro causa con fervente convinzione. Attraverso le lettere che egli indirizza ai suoi nipoti, si delinea l'immagine di un uomo solo, che vive di stenti, aiutato da pochi che gli sono rimasti vicini, anonimi amici, gli unici che gli tendono una mano di fronte all'indifferenza generale da parte di quelli del suo ceto. Colui che dal seggio parlamentare si batté per i diritti dei più deboli, finì i suoi giorni in miseria, dopo una vita tumultuosa e ricca, vissuta in maniera spavalda ed intensa ma degna in ogni caso di essere vissuta fino in fondo. |
| Il Giornale di Sicilia | Mercoledì 3 maggio 2000 | Anna Maria Corradini |
Approfondimenti trattati nel sito: da Lucio Mastrogiovanni Tasca e Alessandro Tasca di Cutò