Nella terra del Gattopardo  anno IV
22 agosto 2002

Nella Terra del Gattopardo anno IV°
“4 e 5 marzo 1861”
RACCONTO DI UN DRAMMA POPOLARE

Memorie e scritti di
Giuseppe Montalbano jr
e Salvatore Scuderi

“…e successi un 4 e 5 di Marzu…”

Per i Margheritesi, soprattutto i più anziani, questa espressione è sinonimo di uccisioni, tumulti, sconvolgimenti sociali, arresti, lutti, processi. Nel tempo, però, è divenuta un “modo di dire” del luogo, sempre più spesso, privato del suo significato storico, politico, sociale. La popolazione di Santa Margherita, allora è stata divisa da gravi antagonismi che l’hanno condotta ad avvenimenti drammatici, di estrema gravità. Tali fatti del 1861 maturarono in un periodo turbolento, della storia italiana e siciliana, segnato dal malcontento delle classi più bisognose, successivo all’impresa garibaldina. Allora il Dr. Giuseppe Montalbano, in una lettera del 21 novembre 1860, diretta al colonnello Giuseppe Oddo scriveva: “Il conte Cavour vuole piemontizzarci”. L’ordinamento regionale autonomo della Sicilia elaborato dal Minghetti venne accantonato, vennero applicate nuove tasse e le terre demaniali dei Comuni, promesse da Garibaldi a chi aveva combattuto non vennero più distribuite. Fu istituita la leva militare obbligatoria. Per frenare il fermento delle popolazioni siciliane a poco servirono l’incameramento e la vendita dei beni ecclesiastici. Quanti avevano sperato che il nuovo regime avesse cambiato in meglio la situazione si accorsero che “tutto era rimasto come prima”. In questo quadro storico, in sede locale avveniva che il Dr. Giuseppe Montalbano, rientrato a Santa Margherita con lo scioglimento dell’esercito meridionale, si adoperò per la rivendica dei tre feudi di casa Filangeri di Cutò, in possesso della principessa Giovanna Filangeri, che, per testamento del nonno, il principe Nicolò I Filangeri, sarebbero dovuti passare al Comune, quindi assimilabili a beni demaniali. Il principe Nicolò I Filangeri nel tentativo di dissuadere suo figlio Alessandro IV dal frequentare l’amante Teresa Merli Clerici, per testamento del 1829 e del 1837 aveva stabilito che i beni sarebbero passati in proprietà ai figli che questi avrebbe avuto con la moglie Maddalena Barretta. Nel caso non avessero avuto figli, i tre feudi Aquila, Ficarazzi e Calcara a lui in usufrutto sarebbero passati al Comune di Santa Margherita per distribuirli ai contadini. Ma Alessandro IV non ebbe figli con Maddalena Barretta, mentre da Teresa Merli Clerici, aveva già avuto Nicolò e Margherita. Dopo la morte della moglie e sposata la Clerici, nacque Giovanna Filangeri (nonna dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa 1896-1957) alla quale, ritenuta legittima, fu attribuito il possesso dei feudi, in contrasto con le volontà testamentarie del nonno. Morto Alessandro IV, il possesso formale dei beni, curati da un amministratore, era di Giovanna Filangeri allora undicenne. Giovanna con la madre ed i fratelli prevalentemente risiedevano a Palermo. I maggiori interessati a contestare la rivendica dei terreni sostenuta dal Montalbano erano i gabelloti, che, detenendone il possesso reale ne ricavavano considerevoli entrate. Così, in questo contesto, preceduto da alcune minacce, di cui vi è traccia nella corrispondenza inviata al colonnello Giuseppe Oddo, nella notte del 3 marzo 1861, matura l’uccisione del Dr. Giuseppe Montalbano. Ciò fu subito la causa della sommossa del popolo contro i sospetti mandanti. Ucciso il Dr. Montalbano, dopo il suo funerale, si scatenò l’assalto al Circolo dei Civili e poi al Municipio, con lo scoppio di una mina che lo fece crollare parzialmente. Avvennero altri otto omicidi ed altrettanti ferimenti. L’ordine fu ristabilito solo dopo l’arresto di 10 indiziati, ma la sentenza della Corte di Assise di Girgenti del 3 giugno 1864 si concluse complessivamente, con 21 condannati dei quali, quasi tutti appartenerti alla povera gente. La sommossa fu popolare e politica. Le cause: l’accumularsi dei rancori contro la classe dominante e dispotica del passato regime Borbonico continuava a prosperare nel nuovo regime Sabaudo.

Giuseppe Scuderi


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