Maria Luisa Dal Pozzo
Dottoressa in lettere moderne
Università di Padova.


“Lettereratura inglese di G. Tomasi di Lampedusa.
Originalità e traduzione”


 

PARTE PRIMA

 

1. GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA: CENNI BIOGRAFICI

 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, figlio secondogenito di Giulio Maria Tomasi, duca di Palma, e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, nacque a Palermo il 23 dicembre 1896. La sorella Stefania morì per difterite, all’età di due anni, pochi giorni dopo la sua nascita. Egli crebbe, di conseguenza, come figlio unico.

La nobiltà dei Lampedusa era di antica tradizione. L’appellativo di duca di Palma, dato al figlio primogenito maschio ancora vivente il padre, derivava dalla fondazione di Palma di Montechiaro, avvenuta nel 1637. Il primo principe di Lampedusa fu Giulio Tomasi, detto il “Duca-Santo” (1667).

La famiglia Lampedusa, nonostante il prestigio di cui godeva, al momento della nascita di Giuseppe non versava in facili condizioni economiche. Il padre, Giulio, attendeva di godere i frutti della parte di eredità che gli spettava da parte del nonno Giulio Fabrizio, morto nel 1885. Fu proprio il principe astronomo l’ultimo dei Lampedusa a vivere in condizioni economiche piuttosto agiate. Alla sua morte, l’incapacità, da parte degli eredi, di trovare un accordo sulla spartizione dei suoi beni portò al blocco del patrimonio, che rimase sottoposto ad amministrazione giudiziaria fino al 1945.

Il sostegno della famiglia si fondava essenzialmente sulla dote portata da Beatrice e su qualche sostegno saltuario offerto dalle zie del padre dello scrittore. I duchi di Palma poterono mantenere un tenore di vita conforme al loro rango d’appartenenza anche grazie all’amicizia che li legò a Ignazio Florio, ricchissimo industriale palermitano.

Nonostante queste difficoltà economiche, Giulio Tomasi e la moglie amavano molto il lusso e la vita di società. Il padre di Giuseppe trascorreva le giornate assistendo alle corse di cavalli che si svolgevano all’ippodromo della Favorita, dove incontrava tutta l’alta società palermitana, e frequentava ogni tanto il Circolo Bellini, altro celebre ritrovo della nobiltà.

Gli anni dell’infanzia furono per Lampedusa sostanzialmente felici. Egli li trascorse tra il palazzo Lampedusa a Palermo e le case materne di Santa Margherita Belice e di Bagheria. Circondato dall’affetto della madre, egli subì la fortissima influenza di questa donna intelligente, educata secondo un modello culturale di stampo europeo, molto diverso da quello vigente in Sicilia. Il legame che si stabilì tra i due fu estremamente forte e destinato a durare tutta la vita, causando non pochi problemi alla vita coniugale di Giuseppe.

Gli studi, per Giuseppe, iniziarono all’età di sette anni. A otto anni imparò a leggere e a scrivere grazie all’opera di una maestra elementare di S. Margherita Belice. Dalla madre imparò il francese, la lingua per eccellenza del mondo aristocratico, e grazie ad alcune governanti tedesche apprese anche il tedesco, una lingua che imparò a padroneggiare al punto da poterla parlare correntemente.

Alcuni eventi sconvolsero, però, la vita di famiglia. Nel 1908 la città di Messina fu sconvolta da un terremoto dove rimase uccisa una zia dello scrittore, Lina Cianciafara. A questa tragedia se ne aggiunse poco dopo un’altra: l’assassinio della zia Giulia Trigona, uccisa dal suo amante Vincenzo Paternò, ufficiale di cavalleria.

In questi anni Lampedusa frequentò il liceo Garibaldi di Palermo, conseguendo nel 1914 la maturità classica.

Il 26 aprile del 1915, Giuseppe si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma. I genitori speravano di fargli intraprendere la carriera diplomatica, sulle orme dello zio Pietro Tomasi, marchese della Torretta, a quel tempo ministro plenipotenziario presso il re di Baviera.

La guerra era ormai alle porte. Giuseppe fu chiamato alle armi nel novembre del 1915. Dopo aver frequentato un corso di formazione militare a Messina nel 1916, e un corso per allievi ufficiali a Torino, nel settembre del 1917 fu inviato al fronte e assegnato ad un osservatorio di artiglieria sull’altopiano di Asiago. Durante uno scontro fu fatto prigioniero e internato nel campo di Szombathely. Nel 1918, dopo una prima fuga non riuscita, rientrò in Italia. Nel gennaio 1920 si trasferì all’Università di Genova, dove non diede mai un esame; un mese dopo fu congedato definitivamente con il grado di tenente.

Negli anni 1919-1922 Lampedusa iniziò ad avvicinarsi al mondo della letteratura inglese; molte edizioni economiche inglesi contenute nella sua biblioteca risultano, dalla data posta da Giuseppe sui libri, acquistati in quegli anni. Si trattò anche di un periodo di viaggi con la madre, e di soggiorni a Genova e in Piemonte, presso degli amici conosciuti durante la guerra.

A Genova egli conobbe Massimo Erede, studente universitario, il quale probabilmente lo inserì nell’attività culturale della città, cosa che gli permise di pubblicare, tra il maggio 1926 e il marzo 1927, tre suoi saggi su una rivista genovese, “Le opere e i Giorni”, fondata e diretta da Mario Maria Martini.[1] Il primo saggio, pubblicato nel maggio 1926, prese il titolo dall’autore oggetto dell’esposizione, Paul Morand. Il secondo saggio, W.B. Yeats e il Risorgimento irlandese, fu pubblicato nel novembre del ‘26. Esso testimonia che la sua conoscenza del movimento poetico del “crepuscolo celtico”, oggetto di una delle lezioni di Letteratura inglese, risale agli anni della giovinezza, così come quella di Joyce, citato nel corso dell’esposizione. Il terzo saggio, Una storia della fama di Cesare, pubblicato nel marzo 1927, è concepito come una recensione al Caesar: Geschichte seines Ruhms di Friedrich Gundolf, ma in realtà è una glorificazione della figura di Cesare. Lo stile con cui sono scritti i tre saggi è piuttosto vicino a quello della maturità.

In questi anni Lampedusa compì numerosi viaggi. Visitò l’Inghilterra per la prima volta nel 1925, e vi tornò più volte, grazie alla possibilità di godere dell’ospitalità offertagli dallo zio Pietro Tomasi della Torretta, ambasciatore italiano a Londra dal 1922. I suoi soggiorni furono sempre di lunga durata; visitò quasi tutta l’Inghilterra, e si recò anche in Scozia, in Irlanda, nella regione dei laghi, il Cumberland, dove vissero Coleridge, Southey, Wordsworth e De Quincey. Si recò ad Haworth, ove vissero le sorelle Brontë, a Norwich, dove vide la casa di Sir Thomas Browne. Naturalmente visitò anche il paese natale di Shakespeare, Stratford-on-Avon, nello Warwickshire.

Lampedusa fu assiduo frequentatore delle biblioteche londinesi, soprattutto della Public Library, e delle librerie antiquarie in Charing Cross Road o in Tottenham Court Road.

Proprio in Inghilterra, nel 1925, fu presentata a Lampedusa la sua futura moglie, Alessandra Wolff (Licy), figlia primogenita di Alice Barbi, che nel 1910 aveva sposato Pietro Tomasi della Torretta. Essi scoprirono presto che li univa una grande passione per la letteratura.

Nel 1927 Lampedusa di recò in Lettonia, al castello di Stomersee, residenza di Licy. I due si rividero a Roma nel 1930; nel 1932 Licy fu ospite a Palazzo Lampedusa. Il 24 agosto del 1932 si sposarono in una chiesa ortodossa di Riga, ma per molti anni condussero vite separate. Lampedusa risiedeva a Palermo, lei a Stomersee; si incontravano soltanto due volte l’anno.

Le amicizie palermitane di Giuseppe negli anni Trenta furono poche, le stesse dell’ultimo periodo della sua vita: Corrado Fatta della Fratta, Francesco Notarbartolo di Sciara, Emanuele (Bebbuzzo) Sgadari di Lo Monaco, Enrico Merlo di Santa Elisabetta (che era solito incontrarsi con gli amici alla pasticceria Caflisch di via Ruggero Settimo), i cugini Piccolo, Casimiro, Lucio e Giovanna.

Nel 1934 morì il principe Giulio, padre di Giuseppe. Egli ottenne così il titolo di principe di Lampedusa, ma dovette anche affrontare tutti i problemi relativi all’eredità Lampedusa, che con la morte della prozia Concettina e di sua cognata Maria Stella Caravita (nel 1930 e 1931), finì ai Caravita di Sirignano di Napoli, parenti di Maria Stella.

Nel dicembre 1939, Lampedusa fu richiamato alle armi “per istruzioni”. Nel gennaio 1940 fu trasferito presso il 12° Reggimento di artiglieria di stanza a Palermo, e in maggio venne assegnato al CXXI Gruppo Obici nella Sicilia occidentale. Il 10 giugno l’Italia entrò in guerra. Il 25 agosto del 1940 Giuseppe Tomasi venne posto in congedo in quanto capo di azienda agricola. Verrà richiamato ancora nel gennaio 1942, ma sarà collocato in congedo definitivamente a causa di una periostite alla tibia. Dopo il congedo rimase a Palermo, ma la vita nella città diventò sempre più difficile a causa dei bombardamenti aerei e della scarsità di viveri. Alla fine del 1942 decise di lasciare la propria casa e di trasferirsi a Capo d’Orlando, ospite dei cugini Piccolo; nel marzo dello stesso anno si spostò verso l’interno della Sicilia, lungo la fiumara del Naso. Il 5 aprile 1943 il palazzo Lampedusa venne duramente colpito dalle bombe degli alleati. Nell’ottobre del 1943, il principe fece ritorno a Palermo con la moglie e la madre.

Nel dicembre 1944 accettò l’incarico di presidente regionale della Croce Rossa. Questa carica gli consentì di dimostrare la sua capacità organizzativa e soprattutto il suo senso di onestà, visto che cercò sempre di ostacolare chi tentava di trarre vantaggi personali dalla ricostruzione del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1946 Beatrice morì a Palazzo Lampedusa, dove si era ostinata a voler vivere negli ultimi tempi.

Nel novembre 1945 gli eredi Lampedusa giunsero a un accordo di divisione. A Giuseppe era toccata metà di una quota di un appartamento al secondo piano del palazzo in via Butera 42, e vi si trasferì nel 1946. Attraverso la vendita di alcuni beni pervenutigli con l’eredità Lampedusa ed un mutuo, riuscì ad acquistare nel 1947 da Ignazio e Guido De Pace le loro quote del palazzo in via Butera 28. Questo palazzo era stato “la casa di mare” di Giulio Fabrizio Tomasi, l’astronomo.

Lampedusa comprò tutto il palazzo, salvo il terzo piano, e iniziò a restaurarlo. Nel 1951 fu venduto, di comune accordo tra gli eredi, quel che rimaneva del palazzo Lampedusa.

Gli anni Cinquanta segnano l’inizio di un periodo di relativa serenità per Lampedusa. Finita la guerra, egli, ormai sistematosi nella casa di via Butera, aveva potuto ricostituire tutta una serie di relazioni sociali. La sua vita era scandita da ritmi regolari. Usciva alle otto del mattino, si fermava in due librerie (Ciuni, in piazza Massimo, e Flaccovio, in via Ruggero Settimo) alla ricerca di edizioni straniere, faceva colazione alla pasticceria del Massimo, e si recava infine alla pasticceria Caflish per incontrarsi con amici come il barone Enrico Merlo di Tagliavia, il barone Corrado Fatta della Fratta, Gaetano Falzone, Virgilio Titone ed Eugenio Di Carlo. Egli, però, più che partecipare alle loro conversazioni, preferiva rimanere ad ascoltare, oppure leggere un libro. Rincasava puntualmente alle tredici. Il pomeriggio lo trascorreva sui libri.

Nel 1952 Giuseppe incontrò nella casa di Bebbuzzo Sgadari in corso Scinà un gruppo di giovani che si riunivano per ascoltare musica (Bebbuzzo era un grande appassionato di tutti i generi musicali) e per incontrare gli intellettuali di passaggio a Palermo. Giuseppe stabilì con alcuni di loro un rapporto di amicizia, diventando una sorta di punto di riferimento. La sua cultura sterminata e la sua personalità finirono coll’influenzare notevolmente la formazione di questi giovani. Egli si legò in particolare a Francesco Agnello, Gioacchino Lanza e Francesco Orlando. Nel novembre del 1953 propose a Francesco Orlando un corso di lingua e letteratura inglese. Le lezioni si tenevano tre volte la settimana, nel salotto centrale al primo piano di via Butera, accanto allo studio in cui Licy riceveva i propri pazienti. Il principe faceva trovare ogni volta a Orlando un pacchetto di fogli manoscritti; la lezione consisteva nella lettura ad alta voce di questi fogli da parte dell’allievo. Talvolta, ma assai di rado, presero parte a queste lezioni anche altre persone, mai più di una decina. Nell’estate del 1954 il corso, giunto ad affrontare Eliot, Fry e Greene, era ormai concluso. Lampedusa era riuscito a scrivere in un anno un migliaio di pagine.

In quello stesso anno si verificò un evento di fondamentale importanza per lo sviluppo della vocazione letteraria di Lampedusa. Lucio Piccolo venne presentato da Eugenio Montale come scrittore esordiente agli “Incontri di San Pellegrino”, un convegno letterario in cui scrittori ancora poco noti venivano introdotti da scrittori affermati nel mondo della letteratura “alta”. Giuseppe accompagnò il cugino e poté vedere da vicino il mondo dei letterati di professione. In seguito a questo episodio Lampedusa, convinto di non essere inferiore a Lucio quanto a talento artistico, iniziò a pensare seriamente alla stesura di un romanzo suo. L’idea originaria risaliva agli anni Trenta; già allora Lampedusa stava pensando alla possibilità di scrivere un racconto lungo il cui titolo doveva essere La giornata di un siciliano. In esso voleva descrivere le ventiquattro ore vissute dal bisnonno, l’astronomo dilettante, il giorno dello sbarco di Garibaldi.

Finito il corso di inglese, Giuseppe scrisse, sempre per Orlando, un corso di letteratura francese. Il suo allievo aveva deciso da poco di abbandonare gli studi di giurisprudenza per dedicarsi alla carriera universitaria in una disciplina letteraria. Il corso rimase incompiuto e non prese in esame tutto lo svolgersi della letteratura francese, ma solo alcuni periodi e alcuni autori significativi.

Tra l’inverno del 1954 e la primavera del 1955, Giuseppe iniziò a scrivere il primo capitolo del Gattopardo. Nel giugno di quell’anno egli sospese la stesura del romanzo per ricostruire le memorie di Santa Margherita Belice, un lungo frammento che verrà pubblicato come Ricordi d’infanzia.

Tra settembre e ottobre si recò due volte a Palma di Montechiaro, la città fondata dai suoi avi. Questa visita diede nuovamente impulso alla stesura del romanzo, e indusse Lampedusa a inserire, nel secondo capitolo, la descrizione della visita di don Fabrizio al Monastero di Santo Spirito.

Nella primavera del 1956 la stesura del romanzo sembrò, apparentemente, conclusa. I capitoli del Gattopardo, che allora erano quattro[2], furono battuti a macchina nell’aprile-maggio 1956 da Francesco Orlando, sotto dettatura del principe.

Tramite Lucio Piccolo presero avvio le trattative per la pubblicazione: le quattro parti del romanzo vennero inviate al conte Federici, funzionario della Mondadori, il 24 maggio. Federici assicurò il passaggio del romanzo dattiloscritto al Comitato di Lettura.

Durante l’estate Lampedusa stese altri due capitoli, ambientati a Donnafugata[3]; Orlando si offrì di battere anche questi, che vennero poi inviati alla Mondadori per essere allegati al dattiloscritto in loro possesso.

Nel dicembre 1956 il libro venne rifiutato dalla Mondadori, ma Giuseppe continuò a scrivere.

Verso la fine di quell’anno elaborò la breve novella La gioia e la legge, prendendo spunto dall’arrivo in casa di un panettone. A parte il motivo dell’ispirazione, il testo non è legato, come le altre opere, alle vicende personali dell’autore; sembra essere, più che altro, una sorta di esercitazione letteraria. Nello stesso periodo aggiunse altri due capitoli al Gattopardo.

Il 22 dicembre 1956 ebbe luogo la seduta in Corte d’Appello per l’adozione di Gioacchino Lanza. La decisione di adottare Gioacchino, lontano parente di Giuseppe, fu presa di comune accordo dai coniugi Lampedusa. Certo era soprattutto il principe a nutrire un profondo affetto per un giovane dallo spirito arguto e dai modi raffinati, che forse sentiva simile a sé e che aveva saputo portare un po’ di allegria nella sua monotona vita palermitana degli anni Cinquanta.

All’inizio del 1957 Lampedusa scrisse La sirena, un racconto di cui andava particolarmente fiero, ricchissimo di allusioni ad altre opere letterarie, e il primo capitolo di un nuovo romanzo, I gattini ciechi, che avrebbe dovuto essere una continuazione ideale del Gattopardo. Il protagonista del romanzo, che non compare nel capitolo, sarebbe stato il figlio di Batassano Ibba, esponente di quella nuova classe agraria sviluppatasi dopo l’Unità d’Italia, molto più volgare di quella aristocratica, ma ugualmente incapace di avviare lo sviluppo imprenditoriale in Sicilia negli anni 1860-1955.[4] Sempre all’inizio del 1957 ricopiò a mano il Gattopardo; è questa la stesura che, apparsa nel 1969, è rimasta la sola in commercio.

In febbraio il Gattopardo venne inviato a Elio Vittorini, direttore della collana “I Gettoni”, tramite il libraio editore Fausto Flaccovio. Un paziente di Licy, Giorgio Gargia, si offrì, in quello stesso periodo, di far avere una copia del romanzo a Elena Croce, figlia del famoso filosofo Benedetto Croce, nota per la sua attività letteraria.

Alla fine di aprile, durante un breve soggiorno a Capo d’Orlando, Lampedusa ebbe uno sbocco di sangue, primo segnale della sua malattia. Una visita accurata rivelò la presenza di un carcinoma polmonare destro. In giugno Lampedusa fu ricoverato in una clinica di Roma, ma fu subito
giudicato inoperabile. Fu sottoposto, invano, a una serie di trattamenti di cobaltoterapia presso un’altra clinica. All’inizio di luglio si trasferì nell’abitazione della cognata Olga Wolff Biancheri, sempre nella capitale.

A metà luglio, pochi giorni prima di morire, subì una nuova delusione: ricevette una lettera di Elio Vittorini, al quale il libraio editore Fausto Flaccovio aveva inviato una delle quattro copie dattiloscritte del Gattopardo. La lettera, pur non esprimendo un giudizio negativo sul romanzo, escludeva la possibilità di una sua pubblicazione nella collana “I Gettoni” della Einaudi.

Lampedusa morì in casa della cognata all’alba del 23 luglio 1957. Il funerale fu celebrato a Roma, il 25 luglio, nella basilica del Sacro Cuore di Gesù. Pochi giorni dopo fu sepolto a Palermo nel cimitero dei Cappuccini.

Nel maggio del 1958 Giorgio Bassani, che aveva ricevuto il dattiloscritto del Gattopardo da Elena Croce nell’autunno dell’anno prima, si recò a Palermo per ricostruire le fonti del romanzo. Egli ottenne da Gioacchino Lanza Tomasi il manoscritto del 1957, e da Licy un blocco della Letteratura francese.

Nel novembre del 1958 il Gattopardo uscì presso la casa editrice Feltrinelli; nel luglio 1959 il romanzo vinse il premio Strega.



[1] I saggi vennero scoperti da Andrea Vitello nel 1965. Egli rese noti i dati di cui era in possesso nell’aprile del 1970, in un’intervista apparsa su “Il Giornale di Sicilia”.

[2] Nella versione definitiva del romanzo questi capitoli diventeranno, nell’ordine, il primo, il secondo, il settimo e l’ottavo.

[3] Nell’edizione definitiva saranno i capitoli terzo e quarto.

[4] Nel 1961 Giorgio Bassani curò per l’editore Feltrinelli la pubblicazione de I Racconti, opera costituita da quattro testi di Lampedusa, diversi quanto a origine e destinazione: si trattava di una descrizione di ricordi, intitolata dalla vedova Luoghi della mia prima infanzia, di due novelle, La gioia e la legge e Lighea, la prima intitolata così da Lampedusa, la seconda dalla moglie, e del primo capitolo di un romanzo, Il mattino di un mezzadro, un titolo ancora una volta ideato dalla vedova per il solo primo capitolo. Nel 1995 questi testi sono stati inseriti nell’edizione completa delle opere di Lampedusa, edita da Mondadori, con i titoli scelti in origine da Lampedusa: Ricordi d’infanzia, La gioia e la legge, La sirena, I gattini ciechi.

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