Nella terra del Gattopardo  anno III

III° GIORNATA DI STUDI   “G. TOMASI DI LAMPEDUSA”
TRA LETTERATURA ED ARTE:
ALCUNI ASPETTI POCO NOTI
Deduzioni da studi e tesi di laurea


Anna Carmen Armato

  “Sicilia e sicilianità nei secoli. La sicilianità di G. Tomasi di Lampedusa”

 

La ricerca svolta a completamento degli studi liceali, dal titolo “Sicilia e sicilianità nei secoli”, scaturisce essenzialmente da un interrogativo: il perché questa nostra isola, dopo le glorie dell’età greca e della federiciana, si è inabissata in un declino all’apparenza irredimibile dato che ancora oggi essa costituisce una delle zone più arretrate d’Italia e d’Europa.

Se i Siciliani non sono stati artefici del proprio destino e la loro storia è un susseguirsi di dominazioni straniere, la colpa – utilizzando termini tomasiani – è da attribuire più a “fatalità esteriori” od alla “terrificante insularità d’animo” ?

Vale a dire: le condizioni in cui versavamo, come ancora le attuali, ci sono state imposte dall’esterno o dipendono da caratteristiche proprie della nostra indole e cultura, dalla sicilianità appunto?

Il Tomasi sostiene questa seconda ipotesi e spesso ne “Il Gattopardo”si fa psicologo di questa sicilianità e vi riconosce alcune colpe innegabili: l’inerzia, la sonnolenza, l’abbandono a sé stessi. L’analisi, veritiera sino a rattristare, inquadra il siciliano costretto nella sua stessa inoperosità nell’incapacità di modellare il proprio volere e la giustificazione a questa immagine viene dall’interpretazione degli eventi storici, tanto che, se l’autore margheritese (ci permettiamo di dire) fosse vissuto qualche decennio ancora sarebbe stato molto più impietoso.

Nel romanzo invece egli risolve il proprio pessimismo estendendolo a condizione dell’intera umanità, ma comunque l’abilità letteraria ha già raggiunto l’apice e l’autore, insieme al quale abbiamo l’onore di condividere e ammirare questi luoghi, ha il merito di essersi soffermato decisamente e di avere interpretato, non un aspetto o un periodo, come altri letterati meridionalisti faranno, ma l’essenza vera e profonda della stessa Sicilia. Inclusi l’ambiente, il clima, il paesaggio. È difficile infatti non rilevare una connessione tra la durezza e l’insofferenza caratteriali e l’asprezza del clima “che ci infligge sei mesi all’anno di febbre a quaranta gradi, di sole a strapiombo sulle teste”. E non si può ignorare d’altra parte, il paesaggio a tratti splendido, lungo le coste chilometriche e nei siti archeologici e monumentali più ricchi, ed a tratti tetro, perché spoglio, infecondo, con estensioni immense di terra bruciata dal sole, ricoperta di sterpaglia arida e ondulante.

Il Tomasi, che soffriva quest’asprezza durante i viaggi da Palermo a Santa Margherita, dice che “in confronto città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili”. Ambedue, città barocche e aranceti, potrebbero rappresentare elementi di ripresa, beni da valorizzare, incentivando le attrazioni turistico-culturali o le colture specializzate, ma i Siciliani non sono in grado di farlo (non vogliono o non possono che dir sì voglia), perciò la siccità e le sterpaglie primeggiano.

Non giudico se quest’analisi oggi sia ancora valida, basta però osservarci in modo distaccato e oggettivo, e stabilire se le città barocche e gli aranceti sono stati impiegati a dovere o si ergono ancora a motivo della sola e scarna esistenza.

 

 

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