Il Territorio, le sue risorse archeologiche
Il Territorio, le sue risorse storiche
Il territorio, le sue risorse ambientali.
I siti archeologici
I "luoghi" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Il Parco Comunale del Gattopardo
La Villa Comunale
Il Castello della Venaria
Il Lago Arancio
Le aree boschive
Le rive del Fiume Belìce
Il territorio, le sue risorse economiche
Il territorio, le sue risorse sociali
Il Territorio, le sue risorse archeologiche
"Le testimonianze attestanti la permanenza nel territorio di Santa Margherita di Belice delle più antiche comunità, si riferiscono al rinvenimento in contrada Dragonara di diecine di chili di selci scheggiate, opera laboriosa di uomini del periodo paleolitico, risalenti a diverse migliaia di anni fa, i quali dovettero abitare le grotte nelle cui vicinanze quelle selci furono rinvenute. Tali popoli aborigeni entrarono poi in contatto con i Sicani provenienti dallEuropa meridionale che fecero iniziare un lento ma costante progresso ed il passaggio dalletà paleolitica alletà neolitica, ma il cui ricordo si perde ancora nella notte dei tempi. Numerosi sono i reperti riferibili al periodo neolitico e sub-neolitico, rinvenuti in varie località, testimonianze della civiltà Sicana, a cavallo tra la preistoria e la storia e conservati nei musei di Agrigento, Palermo e Siracusa. Consistono in numerosi manufatti di bronzo e terrecotte. Di tale periodo rimangono in sito numerose grotte a forno in contrada San Nicola, in Contrada Scuderi e nella zona rupestre tra la Villa Comunale e i vecchi quartieri di San Vito e San Calogero.
Le ricerche archeologiche svolte nel tempo dalle Sovrintendenze e da organizzazioni scientifiche varie, hanno consentito, nel nostro territorio, una enorme quantità di ritrovamenti relativi a tali periodi, così come i ritrovamenti riferibili oggi con certezza a successive epoche e popoli. I Siculi che giunsero poco dopo i Sicani, da cui la Sicilia prese il nome e della quale abitarono prevalentemente le zone centro occidentali, insieme entrati in contatti commerciali con i Troiani, i Focesi o Elimi, i Fenici, che abitarono le zone più estreme occidentali. Poi i Cretesi, Greci, Cartaginesi, Selinuntini, Romani, Barbari, Bizantini, Arabi, che si sono succeduti nei millenni e dei cui passaggi, stanziamenti, commerci, guerre e sconfitte rimangono, sia pure poco evidenti allocchio inesperto, alcune testimonianze nei siti archeologici del territorio ma veri tesori presso i Musei di Palermo, Agrigento e Siracusa. Non mancano tracce riferibili al periodo Greco e Romano. La desolazione provocata dal vasto latifondo, creatosi nel periodo Romano, dovette essere sostituita da novella attività agricola con la venuta degli arabi. La tribù Berbera, che vi si stanziò dopo l'827, vi fondò il casale Manzil-Sindi e vi costruì un fortilizio a difesa della comunità e nel punto più elevato una moschea col relativo minareto, oltre una torretta, oggi chiamata "Specula" che dovette costituire un provvisorio minareto della prima comunità che si stanziò nel territorio. I circa sessanta granai, scoperti in contrada Madonna di Trapani, le numerose tombe, i mulini ad acqua e le ceramiche invetriate, rinvenute in varie località, attestano la consistenza della comunità Musulmana nel nostro territorio.
Del periodo Arabo, in particolare, sino al 1968, rimanevano a Santa Margherita di Belìce le strutture della preesistente moschea araba e del minareto, poi trasformati in chiesa normanna che sopravvissero miracolosamente alla distruzione nel periodo cristiano e con la chiesa dedicata a San Calogero. Inoltre, attribuite allo stesso periodo arabo, sono le strutture, inglobate in seguito agli ampliamenti operati nelle varie epoche dai Corbera e dai Filangeri, ed ora restaurate, ancora esistenti tra il primo ed il secondo cortile del Palazzo "Filangeri-Cutò", oggi sede del Comune, che dovettero far parte dellantica fortificazione del casale saraceno "Manzil-Sindi".
Con la venuta dei normanni, il territorio del Casale Manzil-Sindi prese il nome di "Misilindino" o "Misirindino"".
Il Territorio, le sue risorse storiche
Dallorigine di Santa Margherita di Belìce, al paese de "Il Gattopardo".
"Il culto Cristiano vi venne ripristinato con la fondazione, nel 1108, ad opera di Roberto Malcovenant, Normanno, si crede nel sito dove era stata la moschea musulmana, della chiesa di Santa Margarita che diede nome al feudo in cui sorse. Dopo la ribellione degli arabi e la loro sconfitta e deportazione a Lucera, ad opera di Federico II di Svevia, il territorio, rimasto privo di popolazione, fece parte del "Demanio Regio". Nel 1392, il Misilindino, composto di 11 feudi: Gulfa, Gulfotta, Cannitello, Comuni, Santa Margarita, Carcara, Ficarazzi, Gipponeri, Serafino, Adrigna e Aquila che in seguito costituirono i territori di Santa Margherita di Belice e Montevago, venne concesso da Re Martino in baronia ad Antonio Moncada di Montecateno. Successivamente la baronia passò ad altri signori.Nel 1397 a Michele de Imbu, nel 1406 a Giacomo Arezzo, nel 1433 a Calcerando Corbera, figlio di Bartolomeo I, Viceré di Sicilia, nel cui stemma figuravano cinque corvi neri passanti in campo d'argento. Da Calcerando I passò al figlio Bartolomeo II, poi al di lui fratello Calcerando II. Indi al di lui figlio Vincenzo. A questi successe il figlio Giovanni, morto senza figli ed a lui nel 1560 il nipote Antonio, il quale chiese ed ottenne il 2 giugno 1572, da Re Filippo II di Spagna, la licenza di popolare il Misilindino. Così, sulla collina prossima, all'antico fortilizio saraceno, sorsero le prime case e la chiesa di San Vito. La torre saracena venne ampliata e adattata a palazzo baronale. La costruzione e il popolamento del nuovo paese erano appena iniziati quando il Corbera dovette recarsi precipitosamente a Palermo, da dove gli erano giunte le voci di una tresca amorosa tra la propria nuora Eufrosina De Siracusis, moglie di suo figlio Calcerando, e il Viceré di Sicilia Marco Antonio Colonna. Però, appena arrivato, Antonio Corbera venne fatto arrestare dal Viceré con l'accusa di avere contratto debiti per la costruzione e il popolamento del paese. E dopo alcuni giorni, venne trovato morto avvelenato, in carcere. Presto anche Calcerando, primogenito di Antonio e marito di Eufrosina, venne ucciso nel corso di una gita a Malta. Dopo di che, Vincenzo, secondogenito di Antonio, riprese la costruzione del paese, ma morì prematuramente, nel 1604. Dopo un anno morì il suo primogenito Antonio. Gli successe il fratello Girolamo, nel 1606. Nello stesso anno venne aperta al culto la chiesa di Sant'Isidoro, poi detta Purgatorio.
Nel 1610, Angela Gallego, vedova di Vincenzo, a nome del figlio Girolamo, chiese al Re Filippo III e ottenne la riconferma della prima licenza di popolamento e la facoltà di dare al paese il nome di "Santa Margarita". Ma Girolamo morì presto. Gli successe Margherita Corbera, terza figlia di Vincenzo. Poiché la baronia era gravata di consistenti passività, molti creditori cercarono di impossessarsene. Dalla Magna Regia Curia venne assegnata ad Antonia Carnalivari che vantava più crediti.
A questo punto intervenne Elisabetta Corbera, ultima figlia di Antonio, fondatore del paese, la quale pagò tutte le passività gravanti sulla baronia e nel 1620 ne entrò in possesso su decisione della Magna Regia Curia. Elisabetta Corbera, quindi, cedette la baronia al marito Giuseppe Filangeri che aveva versato tutte le somme necessarie per ottenerla. Così avvenne il passaggio del diritti feudali sul Misilindino dai Corbera ai Filangeri.
I Filangeri discendevano da Angerio, cavaliere normanno. I Suoi figli vennero chiamati Filii Angeri, poi Filangeri. Giuseppe discendeva dai Filangeri di San Marco e divenne il capostipite dei Filangeri di Cutò, il cui casato venne rappresentato da una corona principesca, soprastante un'aquila bicipite con ali spiegate. Sul petto dell'aquila nove campane, poste a forma di croce, ricordavano le campane suonate dai Filangeri nella rivolta del Vespro Siciliano. Vennero allora costruite la chiesa di Santa Maria delle Grazie, che, nel 1628, divenne la prima Madrice, la chiesetta di Sant'Andrea, ad uso cimitero, là dove poi sorse il Convento dei Padri Riformati e altri edifici pubblici. La casa dei Giudici e dei Giurati sorse dove poi ci fu il Municipio. Su di essa vennero posti due acroteri, rappresentanti le due compatrone del paese: Santa Margherita e Santa Rosalia.
Morto Giuseppe Filangeri la baronia passò al figlio Francesco. Sua madre, Elisabetta Corbera, nel 1622 ottenne dal vescovo di Girgenti di trasferire in Santa Margherita un crocifisso esistente nella chiesa di San Nicolò di Adragna, di proprietà di Cola Carasco, venuto ad abitare nel nostro comune. E' da presumere che sia stato posto nella chiesa di San Nicolò di Santa Margherita, forse costruita nelle vicinanze del palazzo baronale a cura dello stesso Cola Carasco e che risulta sia stata demolita nel 1888. Francesco morì nel 1626. Gli successe il fratello Girolamo il quale dovette sostenere una lunga lite con la cugina Maria Paternò Corbera che rivendicava la baronia. La lite si concluse con l'attribuzione a Girolamo Filangeri dei feudi: Santa Margherita comprendente l'abitato, Gulfa e Comuni e a Maria Paternò Corbera dei feudi Cannitello, Gulfotta, Ficarazzi, Aquila, Serafino, Gipponeri, Adrigna e Carcara. Nel 1635 Maria Paternò Corbera vendette i feudi Adrigna, Serafino e Gipponeri a Donna Girolama Xirotta che vi fece costruire, nel feudo Gipponeri, il paese di Montevago.
Nel 1637 vendette a Nicolò Antonio Gerbino da Castelvetrano i feudi Cannitello e Gulfotta. Con Girolamo I Filangeri il paese cominciò a prendere una vera consistenza e vennero fatte nuove concessioni di terreno. Sicché nel 1653 il paese contava 1203 abitanti. Altre concessioni fecero i Gerbino sui feudi Gulfotta e Cannitello. Nel 1667 morì Girolamo Filangeri e gli successe il figlio Alessandro I il quale ricevette in dono dalla cugina Maria Paternò Corbera i feudi Aquila, Ficarazzi e Carcara. Così i feudi in suo possesso furono sei. Nel 1675 ottenne l'investitura del feudo Cutò, portatogli dalla moglie, acquistando così il titolo di Principe di Cutò.
Alessandro I Filangeri ricoprì molte importanti cariche a Palermo e nel 1706 quella di Vicario Generale del Regno, cioè Viceré di Sicilia. A lui si devono l'ampliamento del palazzo baronale e la costruzione a suo fianco della chiesa che in seguito divenne la Chiesa Madre, dedicata a Santa Rosalia; la costruzione della chiesa e del convento dei Padri Riformati, nel sito dove era stata la chiesa di Sant'Andrea, il Monte di Pietà. Nell'ultimo periodo di vita, dopo la morte della moglie, si fece sacerdote ed esercitò il ministero nella chiesa costruita accanto al suo palazzo.
Nel 1713 gli abitanti del comune erano 3116.
Ad Alessandro I successe il figlio Girolamo II che ebbe vita breve. Quindi ereditò la baronia il di lui figlio Alessandro II il quale realizzò il palazzo Cutò di Via Maqueda a Palermo, ampliò il palazzo baronale di Santa Margherita, costruendovi tutta la parte anteriore con grandi saloni e un teatro, al quale diede il nome di Teatro Sant'Alessandro per onorare la memoria del nonno santamente vissuto. Nell'ampliare il palazzo creò quello che divenne il primo dei tre cortili. Sistemò il grande salone d'ingresso, dove collocò la quadreria. Creò accanto al palazzo il grande giardino con le fontane dalle acque zampillanti. Fece disporre sulle pareti della stanza da pranzo delle grandi tele raffiguranti scene familiari dei principi, tra le quali quella della colazione nel giardino da poco sistemato. Fece ricostruire ampliandolo il Palazzo dei Giudici e dei Giurati. Fece costruire, nel 1750, nel feudo Aquila, il castello della caccia detto "Venaria". Inoltre fece costruire, di fronte al suo palazzo, una lunga palazzata che attribuì agli abitanti più facoltosi. Durante la sua signoria vennero costruiti il Collegio di Maria e lOrfanotrofio Maggio ad opera del Sacerdote Francesco Maggio, la chiesa della Madonna di Trapani ad opera del Sacerdote Stefano Crescimanno, inoltre la chiesa di San Michele Arcangelo. Nel 1737 fece elevare a Chiesa Madre la chiesa limitrofa al suo palazzo, facendo alla stessa cospicue donazioni.
Morì nel 1761 e gli successe il figlio Girolamo III il quale dedicò la sua vita al servizio militare ed ebbe il comando di un reggimento di cavalleria. Fece raccogliere le acque di una sorgente che scaturiva vicino la chiesa del Purgatorio e la convogliò parte verso la fontane del giardino e verso il bevaio detto "li Cannola" e parte verso il bevaio detto "Canale".
Suo figlio Alessandro III seguì pure la carriera militare, divenendo Generale all'età di 26 anni. Al Comando della cavalleria Borbonica difese la ritirata degli austriaci, sconfitti da Napoleone Bonaparte nella Campagna d'Italia.
Nel 1796, combattendo a Lodi, fu ferito e fatto prigioniero. Napoleone, ammirato per il valore del Filangeri, lo elogiò, gli restituì la spada e lo mandò libero in Francia, prigioniero sulla parola. Ritornato a Napoli venne insignito da Re Ferdinando dell'Ordine di San Gennaro. Nel 1798 sedò la sommossa degli abitanti di Caltagirone. Tale evento ancora oggi è ricordato con i seguenti versetti: "Lu principi di Cutò fa la liggi a modu sò, cu la spata a strascinuni fici trimari Cartagiruni". Nel 1805 ricoprì la carica di Luogotenente Capitan Generale della Sicilia, cioè Viceré.
La sua immagine si trova dipinta in un grande quadro ad olio posto nel Salone dei Viceré del Palazzo Reale di Palermo. Fu il più importante dei Filangeri del suo ramo. Alle sue onoranze funebri, nel 1806, parteciparono anche il Re Ferdinando e la Regina Maria Carolina.
Nel 1798 Santa Margherita contava 7274 abitanti.
Nel 1806 il Canonico Ludovico Viviano fece restaurare il fabbricato che sorgeva dove era stata la moschea araba, forse divenuta nel 1108 la chiesa di Santa Margarita, andata perduta in seguito allo spopolamento del Misilindino, avvenuto dopo il 1246. Realizzò una nuova chiesa che dedicò a San Calogero. Accanto ad essa fondò a sue spese un ritiro per sacerdoti i quali in mancanza di scuole pubbliche, allora, assieme ai monaci del convento, provvedevano alla istruzione dei giovani del paese.
Nicolò I Filangeri, figlio di Alessandro III, essendo morto senza figli il fratello primogenito Girolamo IV, ereditò la baronia col titolo di Duca e Principe di Cutò. Come il padre ed il nonno intraprese la carriera militare e partecipò alla Campagna del 1798 contro Napoleone. Nel 1811 ospitò nel suo palazzo di Santa Margherita il Re Ferdinando e nel 1812-13, oltre il Re anche la Regina Maria Carolina e il Principe Leopoldo. Da allora il locale dove soggiornò quel principe prese il nome di Salone di Leopoldo. In Santa Margherita allora si svolse una vita splendida. Furono organizzate recite nel teatro, ricevimenti e balli nel palazzo, banchetti sontuosi.
Nicolò I fece costruire al lato nord-est del paese una porta che chiamò "Reale" per l'ingresso che vi avevano fatto i sovrani: oggi Porta Nuova, ma ormai inesistente perché parte demolita nel 1903 e parte distrutta dal sisma del 1968. Nessuno si è curato di ricostruirla. Intanto la Regina, su imposizione degli Inglesi dovette partire. Dopodiché arrivarono nel paese alcune migliaia di soldati inglesi, che si fermarono per circa due mesi. Gli abitanti ne ricavarono tanto guadagno per le merci che vendettero alla truppa. Dopo la sconfitta di Napoleone e il rientro a Napoli di Re Ferdinando, Nicolò I ricoprì i più alti incarichi nel regno. Nel 1816 fu Luogotenente Generale del Regno (Viceré di Sicilia) e nel 1825 fu chiamato a Napoli e nominato Maggiordomo Maggiore del Re. La sua immagine è dipinta in un quadro ad olio posto nel Salone dei Viceré di Sicilia del Palazzo Reale di Palermo. Morì nel 1839.
Il di lui figlio Alessandro IV, abbandonata la moglie, cominciò a condurre una vita dissipata e frivola, convivendo con l'amante Teresa Merlo Clerici. Nicolò I cercò di farlo riconciliare con la moglie, ma non vi riuscì nemmeno con l'intervento del Re. Fece un estremo tentativo con le sue disposizioni testamentarie, con le quali dispose di lasciare l'usufrutto dei suoi tre feudi Aquila, Ficarazzi e Carcara a suo figlio Alessandro, mentre la proprietà di tali beni doveva andare ai figli che lo stesso avrebbe avuto con la moglie Maddalena Barretta. In mancanza di tali figli i tre feudi, dopo la morte dell'usufruttuario, dovevano andare in proprietà al Comune. L'unico merito attribuibile ad Alessandro IV è la creazione della Villa Comunale, utilizzando circa un chilometro di una Regia Trazzera.
Quando nel 1850 morì Maddalena Barretta, moglie di Alessandro IV, questi sposò l'amante Teresa Merlo Clerici dalla quale aveva avuto due figli naturali: Nicolò e Margherita. Dopo il matrimonio nacque Giovanna, la quale, essendo l'unica figlia legittima, divenne erede dei beni lasciati dal nonno Nicolò I, un patrimonio abbastanza consistente.
Ai moti rivoluzionari di Palermo del 12 gennaio 1848 parteciparono il margheritese Giovan Battista Di Giuseppe e il Montevaghese Dott. Giuseppe Montalbano. Nel 1849 la rivolta fu sedata e il Dott. Montalbano venne arrestato ed esiliato in un paese lontano almeno 100 chilometri da Montevago. Poi gli venne consentito di stabilirsi in Santa Margherita. Il Di Giuseppe, invece, riuscì a fuggire e raggiungere il Piemonte. Nel 1860 Giovan Battista Di Giuseppe fece parte dei Mille che seguirono Garibaldi in Sicilia. Il Dott. Montalbano, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, formò una squadra di Picciotti e si unì a Partanna alla colonna del Colonnello Oddo per raggiungere Garibaldi a Palermo.
In quel periodo agiva in Sicilia, depredando e uccidendo in paesi e borgate una banda capeggiata da Santo Mele. Appena arrivata alle porte di Santa Margherita venne circondata dalle Guardie Nazionali e dalla popolazione e arrestata. Solo Santo Mele riuscì a fuggire. In seguito venne preso e riconosciuto dai Garibaldini e fucilato dopo un sommario processo. Il Dott. Giuseppe Montalbano, nel 1861, rientrato a Santa Margherita, cominciò a sostenere la rivendica dei feudi Calcara, Ficarazzi ed Aquila lasciati da Nicolò I, affinché venissero tolti a Giovanna Filangeri e assegnati al Comune. Ma gli affittuari di tali terreni, la sera del 3 marzo 1861, lo uccisero. L'indomani, 4 marzo, dopo l'accompagnamento funebre, i sostenitori del Montalbano, capo del Partito Popolare locale, ne vendicarono l'uccisione, assaltando il municipio e il Circolo del Civili e il giorno 5 fecero esplodere una mina che provocò il crollo di un'ala del Palazzo Municipale. I rivoltosi, durante la sommossa, uccisero ben sette persone: Michele Di Giovanna, Giuseppe Di Prima, Francesco Neve, Giuseppe e Leonardo Cattano, Pietro Giambalvo e Costantino Chetta. Un giovane di quindici anni, Antonino Randazzo, fu ucciso da Don Pietro Giambalvo mentre dal tetto del Municipio sparava contro la folla dei rivoltosi. La maggior parte dei sette uccisi erano completamente estranei al delitto Montalbano. La rivolta fu sedata con l'intervento di circa quattrocento tra soldati, carabinieri e componenti le Guardie Nazionali dei paesi vicini. Vennero arrestate più di sessanta persone. Nel 1864 ci fu la sentenza con la condanna di ventidue persone: una a dieci, tre a quindici e due a venti anni di lavori forzati e sedici ai lavori forzati a vita. Quei tragici eventi sono ancora ricordati con alcuni versetti: "Chianciti Donna Marta, chianciti a chiantu ruttu, vistitivi di luttu, chi lu pudditru è mortu e nun ritorna chiù". Donna Marta era la moglie di Pietro Giambalvo, soprannominato "lu Pudditru", ucciso dai rivoltosi perché ritenuto uno dei tre responsabili del delitto Montalbano. Altri versetti ricordano la morte di Costantino Chetta, un innocente, bravo e bel giovane, ucciso per sbaglio: "Chianci la so mamma, lu visu ch'era fino, a sulu annintuvarlu lu beddu Costantinu". I fatti del 4 e 5 di marzo 1861 portarono grave danno e desolazione nella popolazione margheritese, specie nelle famiglie dei più dei sessanta arrestati. L'agitazione degli animi durò a lungo. Molti abitanti lasciarono il paese, sicché il numero della popolazione diminuì considerevolmente. Nel 1861 venne tolta dalla Piazza Municipio la statua che ora si trova nel rialzo a destra entrando nella Villa Comunale. Allora per l'esistenza di quella statua la piazza era chiamata "Lu chianu di lu pupu".
Nel 1861 diversi renitenti di leva lasciarono il paese e raggiunsero l'America. Tra essi Onofrio Abruzzo, che poi lasciò tutti i suoi beni per erigere un ospedale in Santa Margherita.
Nel 1866 i frati vennero costretti a lasciare il convento. I beni ecclesiastici vennero incorporati dallo Stato e poi venduti. L'analfabetismo allora raggiungeva la punta massima. L'istruzione alle ragazze era impartita dalle suore del Collegio di Maria che insegnavano anche ricamo e altri lavori. L'economia agricola era basata sulla produzione del grano, del sommacco e del vino, specie dopo che la filossera attaccò i vigneti francesi.
Nel 1867 ci fu una epidemia colerica che causò tanti morti. La popolazione credeva che fosse diffusa dal Governo per incassare le tasse di successione. Squadre di cittadini, giorno e notte, vigilavano alle porte del paese per evitare l'ingresso di persone che potessero diffondere il contagio.
I locali adiacenti alla chiesa di San Calogero, già ritiro per sacerdoti, vennero usati come lazzaretto e da allora i morti non vennero più seppelliti nei sotterranei delle chiese ma venne utilizzato a cimitero, per circa venti anni, un tratto di terreno adiacente al lazzaretto. I locali del convento, in parte venduti a privati, successivamente furono adibiti a Scuole Elementari con maestri pagati dal Comune.
Il 2 novembre 1867 la Principessa Giovanna Filangeri, ereditiera dei beni di cui si è accennato, sposò in Palermo Lucio Mastrogiovanni Tasca.
Il padre di questi, Conte di Almerita, Senatore del Regno, pure a nome Lucio, fece realizzare, nella seconda metà del 1800, la Villa Tasca di Palermo, ove venne eretto un tempietto circolare. Nello stesso periodo, e precisamente mentre era sindaco del comune Calogero Giaccone, 1877 - 1882, su uno sperone roccioso in fondo alla Villa Comunale di Santa Margherita, venne costruito il "Cafè House", a forma di tempietto circolare, identico a quello realizzato, poco tempo prima, a Villa Tasca di Palermo. Perciò è da ritenere che a realizzarlo abbia influito Lucio Tasca junior, che allora, assieme alla moglie, Principessa Giovanna Filangeri, spesso abitava nel palazzo Cutò di Santa Margherita, dove conduceva una vita sfarzosa, con ricevimenti e balli, con la partecipazione delle famiglie civili del paese, con esecuzioni di concerti musicali e rappresentazioni teatrali.
Altro elemento che mette in relazione l'ambiente di Santa Margherita a Villa Tasca di Palermo è il fatto che in tale villa esiste una statua con lo scritto "Autumnus", un po più piccola ma nella composizione e negli atteggiamenti identica a quella che fino al 1861 si trovava nella piazza di Santa Margherita ed ora si trova nella Villa Comunale. E' da ritenere che le due sculture siano opera dello stesso artista, o copia l'una dell'altra, come i due tempietti possano essere opera delle stesse maestranze.
Intorno al 1870, il palazzo Cutò di Santa Margherita venne sistemato e nella parte centrale del prospetto, sopra il balcone, venne posto un orologio con parafulmine. Sul quadrante dell'orologio era la scritta "Lucro appone", tratta dalla frase di Orazio "Apponere aliquid lucro", cioè ascrivere a guadagno una cosa. Perciò è da tradurre "ascrivi guadagno le ore o il tempo". E' come un invito a far buon uso del tempo.
Nel 1885, durante la sindacatura di Vincenzo Di Giuseppe, venne abbandonato il vecchio cimitero di San Calogero ed entrò in funzione il nuovo realizzato in contrada San Liborio. Il progetto del prospetto fu opera dell'architetto palermitano Giovani Battista Basile, noto per importanti lavori sia in Sicilia che in Italia.
Da Lucio Mastrogiovanni Tasca e Giovanna Filangeri nacquero sette figli: Lucio, morto giovanissimo; Beatrice, Teresa, Nicoletta, Alessandro, Giulia e Maria. Beatrice, nel 1891, sposò a Palermo Giulio Tomasi Principe di Lampedusa, dai quali nacque, nel 1896, Giuseppe che sarà l'autore dei "Racconti" e del "Gattopardo". Nicoletta sposò il Cavaliere Francesco Cianciafara e morì assieme al marito nel terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Teresa sposò il Barone Piccolo di Capo d'Orlando. Giulia, nata in Santa Margherita, sposò il Conte Romualdo Trigona; visse a Roma dove fu dama di corte della Regina Elena. Venne uccisa, con parecchie pugnalate al collo, nell'albergo del Rebecchino di Piazza Stazione in Roma, dal proprio amante Barone Vincenzo Paternò. Maria restò nubile e soggiornò parte a Santa Margherita parte a Palermo. Alessandro, nato nel 1874, sin da giovane si diede alla politica, militando nel Partito Socialista Riformista. Nel 1892 finanziò "L'Isola" di Napoleone Colajanni e fondò il giornale "Gibus". Nel 1895, per la sua attività politica venne arrestato. Liberato nel 1896 riprese l'attività politica. Nel 1897 partecipò, in soccorso dei greci, alla guerra greco-turca. Nel 1898 fondò, finanziò e diresse, sino al 1914, in Palermo, il giornale "La battaglia". Nel 1899 venne eletto nelle elezioni provinciali di Palermo. In un articolo del 2 ottobre 1899, pubblicato nel giornale "La Battaglia", Alessandro Tasca accusò il Senatore Paternò di avere condotto una amministrazione poco corretta in qualità di Sindaco del Comune di Palermo. Il Paternò lo querelò e ci fu un procedimento giudiziario svoltosi in ben tredici spettacolari udienze. Il processo si concluse nel marzo 1901 con la condanna del Tasca a undici mesi e venti giorni di reclusione e a lire mille di multa e ai danni morali verso la parte lesa determinati in lire centomila. Il 5 marzo 1902 il Tasca venne arrestato. Rimase in carcere sino al 22 agosto 1902. La sua liberazione fu festeggiata dall'Unione Operaia con un banchetto popolare nello Chalet delle Sirene e da un comitato di qualche centinaio di alte personalità della politica, della finanza, della cultura, del giornalismo che con un banchetto tenuto nel Salone delle Feste della Esposizione Agricola volle rendere omaggio ad Alessandro Tasca, valoroso pubblicista che aveva assiduamente e fervidamente combattuto per la rigenerazione morale del suo paese. In seguito all'inchiesta condotta, le accuse, formulate dal Tasca contro il Senatore Paternò, risultarono fondate e il Consiglio Comunale di Palermo venne sciolto. Troppo tardi però perché il Tasca aveva scontato la pena inflitta con una ingiusta sentenza. L'attività del Tasca, condotta con "La Battaglia", durò molto fervida per lunghi anni. Mentre era ancora in carcere venne eletto Consigliere Comunale di Palermo. Nel 1904 fu candidato dei Partiti popolari nel IV Collegio di Palermo e nel febbraio 1905 per l'elezione a deputato, ma non fu eletto. Fu invece eletto deputato di Sciacca nelle elezioni politiche del 25 marzo 1906. Nelle comunali di Palermo del 22 luglio 1906 venne eletto consigliere comunale. Altra candidatura a deputato gli venne conferita nel 1909. Venne eletto, ma poco dopo la sua elezione fu invalidata dalla Giunta per le Elezioni. Nell'ottobre 1913 il Tasca venne eletto deputato del Partito Socialista a Palermo con un risultato quasi plebiscitario: 3848 preferenze.
In quel periodo i coniugi Giulio Tomasi Principe di Lampedusa e Beatrice Mastrogiovanni Tasca, unitamente al loro figlio Giuseppe, solevano dimorare lungamente in Santa Margherita nel palazzo Cutò del quale erano comproprietari. Ivi Giuseppe imparò a leggere e a scrivere, sua maestra fu Carmela Mauro. Dimorando a Santa Margherita, Beatrice portò il primo grammofono, allora cilindrico. Venne posto sul balcone centrale del palazzo e fatto ascoltare alla popolazione. Era l'incisione della "Risata", che suscitò la generale ilarità della folla presente. Si narra inoltre che la prima automobile in Santa Margherita sia stata portata da Alessandro Tasca.
Nel 1906 cominciò a dibattersi in Consiglio Comunale la rivendica degli Usi Civici sui feudi Aquila, Ficarazzi e Carcara. Così ebbe inizio una vertenza molto dispendiosa che durò circa trent'anni. Con sentenza del 31 dicembre 1930 il Regio Commissario per gli Usi Civici di Palermo stabilì di determinare in un sesto dei tre feudi Aquila, Ficarazzi e Carcara il compenso da corrispondere al Comune da parte dei proprietari che li detenevano. Ci fu un appello dei proprietari alla Corte di Appello di Roma, dopo di che, le parti, stanche per le ingenti spese giudiziarie sostenute dal 1906 ad allora, il 15 luglio 1935 addivennero ad una conciliazione, stabilendo in un quindicesimo del valore dei terreni il canone annuo da corrispondersi in denaro al Comune. Col ricavato si sarebbe dovuto acquistare terreni da assegnare ai contadini. La delusione fu grande perché in conclusione non se ne ricavò nulla. Se invece si fosse risolta la vertenza in base alla sentenza del 1930 al Comune sarebbe spettato un sesto dei tre feudi corrispondenti a terreni o al valore di mezzo feudo.
Alessandro Tasca, temperamento generoso e impulsivo nello svolgimento della sua attività politica per il Partito Socialista Riformista, oltre a condurre un tenore di vita sfarzosa in Palermo, cominciò a spendere più di quanto gli consentissero le rendite della sua pur considerevole proprietà. Dalla madre, Principessa Giovanna, era stato costituito erede universale di tutta la proprietà, salvo le quote di diritto spettanti a quattro figlie: Beatrice, Nicoletta, Giulia e Maria e al marito superstite Conte Lucio Tasca. Essa consisteva: Palazzo in Corso Vittorio Emanuele a Palermo, i feudi Aquila, Carcara e Ficarazzi e il Palazzo Cutò con l'incantevole "Giardino" e "L'Orto Grande" in Santa Margherita, case a Sant'Antonio, a Sant'Erasmo, a Terranova, Casina a Bagheria, rendite in Santa Margherita, in Palermo, in Bagheria, Altarello, gabella d'acqua agli eredi Saitta, condominio nella Baronia di Tusa, censi in Altavilla, Lucca Sicula, Montelepre, beni in Monreale, in Ravanusa, Casino Cutò in Monreale, rendita Platamone, brillanti, mobili, e oggetti d'arte nei palazzi di Santa Margherita, Bagheria, Venaria, beni allora valutati lire 2.379.561.
Poiché Alessandro si era impelagato in molti debiti, contraendo diversi mutui, garantiti su quelle proprietà indivise, le sorelle chiesero la divisione dei beni posseduti in comunione. Sicché, con atto 3 agosto 1907, tra i comproprietari Tasca venne stipulato un compromesso per addivenire alla divisione della proprietà. A quell'atto intervenne Onofrio Rotolo, l'onestissimo amministratore di casa Tasca Tomasi di Santa Margherita Belice, la cui memoria sarò in seguito eternata nei "Luoghi della mia prima infanzia" e nel "Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Onofrio Rotolo ebbe mandato di provvedere alla divisione dei canoni in denaro in Santa Margherita, di provvedere alla loro riscossione e di amministrare i palazzi in Santa Margherita e in Bagheria e la Casina detta "Venaria". Dopo di che, con atto 26 novembre 1908, si addivenne alla divisione. Ad Alessandro, quale erede universale, vennero attribuite sei quote, alle sorelle una quota ciascuno. Intanto la situazione debitoria di Alessandro Tasca era divenuta insostenibile. Sicché per tacitare i creditori fu costretto a vendere tutti i suoi terreni di Santa Margherita, ricavandone un importo di £.814.858. E poiché tale somma non risultò sufficiente per il pagamento di tutti i debiti, contrasse alcuni mutui per l'importo di £.87.900, con garanzia sulla nuda proprietà di cui l'usufrutto spettava al proprio padre dei canoni dovuti in Santa Margherita e sulla quota indivisa a lui spettante (6/10) del palazzo Cutò di Santa Margherita.
Si era nel maggio 1910, ma sembrava di essere in autunno. Un grande stormo di rondini, cioè parte dei feudi di quella proprietà tanto cara a Giuseppe Tomasi di Lampedusa con quella vendite volarono via. E dopo i feudi, venduti dallo zio Alessandro, fra non molto sarebbero volati gli altri terreni attribuiti alla madre Duchessa Beatrice e alle zie Nicoletta, Giulia e Maria. E fra non molti anni volerà anche il Palazzo con l'incantevole Giardino. Sicché tali beni per Giuseppe Tomasi, che ne era stato comproprietario per parte materna, finirono per essere solo un indimenticabile nostalgico ricordo, un paradiso terrestre e perduto della sua infanzia.
Sul Giornale "Sicilia Liberata" del 20 novembre 1943 fu pubblicato l'annunzio della morte del N.H. Principe Alessandro Tasca di Cutò, avvenuta il 17 novembre 1943. Alessandro Tasca, temperamento irrequieto e singolare per svolgere la sua politica socialista riformista, consumò, come si è visto, il suo consistente patrimonio. Dal Professor Onorevole Massimo Ganci, illustre docente di Storia all'Università di Palermo, in una trasmissione radio, è stato definito "personaggio romantico che confina con il grottesco, che pagò in prima persona, che servì la politica e non si servì della politica". Noi ci limitiamo ad esprimere il seguente paradosso: "proporre la sua santificazione per meriti politici, in modo da distinguerlo dai satanici politicanti della attuale Tangentopoli".
Giuseppe Tomasi aveva trascorso l'infanzia parte a Palermo parte a Santa Margherita, ricavando indimenticabili dolci ricordi del tempo passato nel vasto palazzo, nell'incantevole giardino, delle gite alla Villa Comunale, a Montevago, alla Venaria, nella contrada Dragonara e a Misilbesi. Aveva conosciuto un ambiente sociale composto di persone che giudicava più buone di quanto in realtà fossero. Sicché quando lo zio Alessandro, la sua mamma e le altre zie vendettero i terreni e il palazzo che in giovinezza era stato il suo regno incantato, ne subì un grande dolore. Fu tale dolore che, in maturità, lo portò ad esprimere il nostalgico ricordo dell'ambiente di Santa Margherita contenuto nei "Luoghi della mia prima infanzia", dove luoghi e personaggi a lui tanto cari vengono fatti rivivere con accorato rimpianto. Ma i "Luoghi della mia prima infanzia" sono il preludio, sono la genesi dell'opera sua più importante "Il Gattopardo". Nel romanzo, chiaramente autobiografico, nel protagonista Don Fabrizio, riferibile al suo bisnonno di Palma Montechiaro, nella realtà è da vedere lo stesso autore che esprime i suoi sentimenti, le sue concezioni di vita, che cita personaggi e località di Santa Margherita a lui tanto cari sicché oltre quello dell'onestissimo amministratore Onofrio Rotolo emergono dalle sue memorie i nomi del giardiniere Nino, cioè Antonino Morello, del campiere Saverio, nella realtà Saverio Giambalvo, di Zzu Minicu e della sua taverna, cioè Domenico Mauceri, gestore di una taverna nel Corso Maggiore, dell'Arciprete Monsignor Trottolino, nella realtà Arciprete Pellegrino Crescimanno dal faccione arsiccio, del maestro di musica Francesco La Manno, nella realtà Francesco Lo Monaco. E tanti altri riferimenti all'ambiente di Santa Margherita. Se si leggono i "Luoghi della mia prima infanzia" e poi il "Gattopardo" si nota che le stesse descrizioni dell'ambiente di Santa Margherita, nel romanzo sono attribuiti all'ambiente di "Donnafugata". Lo stesso palazzo con l'orologio col parafulmine, con i tre cortili, il teatro, il salone di Leopoldo, che prese quel nome dal Principe Borbonico che vi dimorò, la stessa piazza ombreggiata con il municipio, lo stesso giardino e tanti altri riferimenti. Donnafugata rannicchiata in una piega anonima del terreno, è il palazzo di Santa Margherita, rannicchiato nella piega del terreno tra le colline di San Calogero, San Vito e Sant'Antonio. Il Borgo Crocifisso è un riferimento al quartiere con la croce del Calvario di Santa Margherita. Nei "Luoghi della mia prima infanzia" Giuseppe Tomasi elenca così le sue proprietà: "Santa Margherita Belice, la villa di Bagheria, il palazzo di Torretta, la casa di campagna a Raitano. Vi era anche la casa di Palma e il castello di Montechiaro ma in quelli non andavamo mai. La preferita era Santa Margherita, nella quale si passavano lunghi mesi anche d'inverno. Essa era una delle più belle case di campagna che io abbia visto".
Nel Gattopardo, Giuseppe Tomasi descrive così le proprietà del protagonista del romanzo, Fabrizio Corbera Principe di Salina: "Querceta, con le sue case basse attorno alla tozza Chiesa Madre verso la quale procedevano gruppi di pellegrini azzurrognoli; Ragattisi, stretto fra le gole dei monti; Argivocale, minuscolo nella smisuratezza della pianura frumentaria cosparsa di contadini operosi; Donnafugata con il suo palazzo barocco, meta di cocchi scarlatti, di cocchi verdini, di cocchi dorati, carichi a quanto sembrava di femmine di bottiglie e di violini". Tali citazioni anche se con i nomi cambiati sono un chiaro riferimento alle reali proprietà della famiglia dello scrittore. Querceta è da individuare in Palma di Montechiaro, con case basse, con la tozza Chiesa Madre, meta di pellegrini per il clima mistico ivi esistente, richiamati dalla fama della Beata Maria Crocifissa, (La Beata Corbera del romanzo) e dal Duca Santo. Ragattisi è da individuare in Torretta, tra le gole dei monti del palermitano. Argivocale è da riferire alla casa di campagna di Raitano. Infine Donnafugata è indiscutibilmente identificabile con Santa Margherita Belice, con il suo palazzo barocco, meta di cocchi, di femmine, di bottiglie di violini per il fasto che aveva sempre visto ai tempi dei Filangeri, tra cui tre Viceré di Sicilia e per la permanenza che vi fecero i sovrani Borbonici. Il viaggio della famiglia del principe descritto nel Gattopardo è quello che porta a Santa Margherita. Partenza da Palermo in carrozza, sosta per una notte a Marineo, per la seconda notte a Prizzi e per la terza a Bisacquino. Proseguendo si dice "si erano costeggiati disperati dirupi che saggine e ginestre non riuscivano a consolare". Sono essi un riferimento ai disperati dirupi esistenti nello stradale che passa sotto Giuliana diretto a Sambuca. Dopo di che sosta a Rampinzeri, nome attribuito fantasticamente e forse riferibile alla fattoria che un tempo esisteva, le cui rovine vengono chiamate "Li Casalini", ora vicine alla riva del Lago Arancio, nell'ex feudo Gulfotta di Santa Margherita Belice.
Nel romanzo si dice che arrivati a Rampinzeri "si andavano riconoscendo luoghi noti, mete di aride passeggiate passate e di spuntini durante gli anni scorsi, la Forra della Dragonara, il bivio di Misilbesi, fra non molto si sarebbe arrivati alla Madonna della Grazie che da Donnafugata era il termine delle più lunghe passeggiate a piedi". Si era così arrivati a Donnafugata... in effetti a Santa Margherita, nelle cui vicinanze esistono le località sopracitate, descritte dal Tomasi, sia nei "Luoghi della mia prima infanzia" come nel "Gattopardo", quale mete delle gite.
Perché poi il nome Donnafugata? Esso è un nome fantastico e simbolico, è l'allusione storica alla permanenza in Santa Margherita della Regina Maria Carolina, della regina fugata, che, fuggita da Napoli, dimorò a Palermo, poi alla Ficuzza, poi a Santa Margherita da dove per imposizione degli Inglesi fu pure costretta a fuggire perché condannata a ritornare nella sua patria: l'Austria. L'arrivo del Principe descritto nel romanzo è identico all'arrivo di Giuseppe Tomasi e famiglia, descritto nei "Luoghi della mia prima infanzia", lo stesso ponte, lo stesso percorso, lo stesso cerimoniale, l'arrivo nella stessa piazza e nello stesso palazzo e la stessa accoglienza da parte dello stesso amministratore Onofrio Rotolo. Anche il personaggio del Sindaco Calogero Sedara descritto nel romanzo, è un chiaro riferimento all'ambiente di Santa Margherita, dove il Sindaco Calogero Giaccone abitava di fronte al palazzo del Principe, ai tempi in cui il nonno dei Giuseppe Tomasi, Principe Lucio Tasca era consigliere comunale. Calogero Giaccone aveva una moglie bella che, come la moglie del Sedara, non frequentava l'ambiente frivolo e licenzioso di Palazzo Cutò, dove andavano a passare tempo i maggiorenti del paese, senza mai condurre le loro mogli, salvo in occasione dei ricevimenti ufficiali, degli spettacoli teatrali e dei concerti. Calogero Giaccone, nella realtà aveva un solo torto: era sindaco di Santa Margherita e avversario politico di Don Lucio Tasca. Era stata sua moglie la signora Calogera Cattano e altre persone della stessa famiglia Giaccone, ad acquistare parte del feudo Ficarazzi che fu di proprietà di Beatrice Tasca, madre del Tomasi. Perciò Giuseppe Tomasi descrive il sindaco con quell'astio e quel rancore di chi si sente quasi defraudato da un bene al quale era fortemente legato. Ne fa una figura diversa di quanto il Giaccone, persona rispettabile, non fosse, caricaturando il personaggio in modo esagerato. Era la vendetta di chi in qualche modo si sentiva spodestato. Un chiarimento: perché nel romanzo esistono anche dei riferimenti a Palma Montechiaro? Quel comune era la patria del padre di Giuseppe Tomasi, il cui casato aveva pure avuto tante glorie come le avevano avuto i Corbera, i Filangeri e i Tasca di Santa Margherita, suoi antenati materni.
Il protagonista del romanzo però è indicato col cognome di Corbera, riferibile ai più remoti antenati di Santa Margherita. Così lo Scrittore, nello stesso romanzo fuse e confuse luoghi e personaggi di Santa Margherita e di Palma, alterandone in parte i nomi, anche se l'ambiente che maggiormente risalta nelle descrizioni è senza dubbio quello di Santa Margherita. Sono i ricordi giovanili dello scrittore, riferibili a Santa Margherita, sono i sentimenti che tali ricordi sono stati capaci di suscitare, a costituire la genesi del "Gattopardo", perché da essi viene tratto lo spunto per numerose meravigliose descrizioni e con essi viene creato quel clima incantato di poesia che pervade il romanzo".
Il territorio, le sue risorse ambientali.
Alla luce dei ritrovamenti archeologici in diversi siti del territorio comunale e di quelli effettuati nei territori dei centri vicini, da intendere come costituenti il "Sistema Archeologico Omogeneo" di Santa Margherita di Belìce, Menfi, Montevago e Sambuca di Sicilia, (già facenti parte del Patto Territoriale "Terre Sicane"), la valorizzazione e lutilizzo a fini turistici di tali risorse, in forma coordinata ed organizzata, sarebbe la soluzione verso cui orientare ogni sforzo comune. Larcheologia nel nostro territorio contiene sicuramente potenzialità non indifferenti per consentire di intraprendere attività che oltre a valorizzare lesistente, potrebbero offrire possibilità di lavoro, almeno stagionale.I "luoghi" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
La rivalutazione dei "luoghi" che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha descritto nei "Racconti" e poi, mediante una raffigurazione fantasiosa ha calato, quasi per intero, ne "Il Gattopardo", costituisce, assieme alla valorizzazione della risorsa archeologica, uno dei principali strumenti per il rilancio turistico-culturale del paese e del territorio. Oggi con questo argomento è impegnato il Comune di Santa Margherita di Belìce, capofila, assieme ai Comuni di Palermo e Palma di Montechiaro, che attraverso la realizzazione di un progetto di Parco Letterario sui temi dei "luoghi del Gattopardo", potrà attuare tutti i meccanismi per valorizzare ogni caratteristica del territorio. A questo progetto certamente saranno chiamate a collaborare tutte le realtà socio-culturali ed economiche operanti a più ampio raggio, per le quali anche la Pro-Loco potrà fungere sia da istituzione di collegamento che da organismo direttamente operativo.Il Parco Comunale del Gattopardo.
Adiacente al Palazzo Filangeri Cutò, il "Parco Comunale del Gattopardo" costituisce il patrimonio storico-architettonico e vegetazionale più importante del paese. Attraverso una convenzione ai sensi della L.R. n.52 del 21 agosto 1984 , stipulata tra il Comune e lAzienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana, ad essa è stato affidato il compito di intervenire sul parco, secondo le sue attribuzioni, per la tutela di tale patrimonio naturalistico-architettonico. LAzienda, a sua volta, avvalendosi di altra convenzione, ha affidato allUniversità degli studi di Palermo il compito di eseguire tutte le indagini tecnico-scientifiche e la redazione di un progetto finalizzato al "Recupero e ripristino dellantica ed originaria vegetazione e delle parti architettoniche del Parco Comunale del Gattopardo in Santa Margherita di Belìce", per questo avvalendosi rispettivamente della specifica competenza del Dipartimento di Scienze Botaniche e del Dipartimento Città e Territorio.Attorno allarea del "Giardino Storico" del Parco, cioè di quel che rimane dellimpianto originario del giardino "formale", di impianto rettangolare e con ingresso diretto dalla via Garraffello, esistono altre aree che circondano il complesso monumentale costituito dal Palazzo e dai resti della Chiesa Madre, per le quali il progetto prevede la riqualificazione: il Parco della rimembranza, i cortili del Palazzo e gli spazi contigui, il giardino delle yucche, altri spazi di risulta. A restauro ultimato si realizzerà un insieme articolato di spazi verdi, molti dei quali, oltre che contenere interessanti elementi architettonici contengono vegetazione di elevato interesse per età e bellezza (sono state rilevate 86 specie appartenenti a 66 generi di 45 famiglie di spermatofite), ed in alcuni casi di particolare rarità come la Nolina longifolia, che secondo gli studiosi "non si riscontra in altri parchi e giardini siciliani".
Il parco, nel passato più recente, ancora in mano ai privati, aveva vissuto periodi di grande notorietà almeno regionale, nella seconda metà degli anni 60, ai tempi delle serate di gala per lelezione di "Miss Gattopardo" in cui venivano selezionate le partecipanti a "Miss Italia" e la gestione privata ne aveva garantito una seppur minima tutela e manutenzione. Dopo il sisma, il parco passò al Comune. LAmministrazione dellepoca, che non ne aveva ancora bene individuato limportanza, lo concesse in uso ad una società locale che vi organizzò serate di discoteca estiva e attraversò così un altro periodo florido in quanto a notorietà e richiamo turistico, ma il più deleterio per la salvaguardia della vegetazione e della parti architettoniche.
Con gli interventi sino ad oggi eseguiti dellAzienda Foreste Demaniali (dei quali è necessario lamentare leccessiva discontinuità) e con quelli futuri, il Parco dovrebbe risultare valorizzato nei suoi spazi, così da costituire un importante elemento di richiamo, indubbiamente correlato alle rilevanze letterarie del Gattopardo. Si auspica un corretta gestione ed un utilizzo oculato degli spazi, che ne garantiscano nel tempo la conservazione.
E laltra zona a verde di cui il paese dispone. Si sviluppa su unarea a forma allungata con un viale che la percorre interamente, con sedili per soste. Allingresso a destra, su un rialzo del terreno, si trova una statua che rappresenta per alcuni Pomona o lAbbondanza per altri lAutunno. Tale statua vi fu posta nel 1921, quando fu tolta dalla piazza, come detto in precedenza chiamata per questo "Lu chianu di lu pupu". Nello slargo allestremità del viale si trovano:Da diversi anni la vegetazione non ha più laspetto florido di un tempo, compromessa da violenti temporali con venti disastrosi che mutilarono le piante più imponenti e, probabilmente, per lodierna discontinuità della manutenzione e dellirrigazione.
Costruito nel 1750 da Alessandro II Filangeri nel feudo Aquila, definito tal Tomasi "Padiglione di caccia", è andato quasi completamente distrutto a causa del sisma del 1968. Si presume sia sorto su una preesistenza fatta da robusti torrioni costituenti poi i piani interrati e seminterrati. La parte superiore del complesso, voluta dal Filangeri, era costruita, secondo canoni reinterpretati dellarchitettura barocca, alla sommità di unaltura a cui si arrivava da un viale di alcune centinaia di metri, delimitato da due file di cipressi. Consisteva in un fabbricato fatto con murature più leggere delle sottostanti strutture, che racchiudeva due cortili, il primo dopo il cancello dingresso, sul quale si affacciavano le scuderie, il secondo, per la zona nobile, dopo un portone sormontato da un campana, sul quale si affacciavano le foresterie e i saloni, complessivamente una ventina di stanze. Vicino vi era un laghetto artificiale ed ancora oggi visibile in basso, allinizio del viale, quasi lungo lo stradale ma ricoperta di vegetazione e di terriccio, abbandonata, una fontana bevaio.Tra i beni svenduti dai Mastrogiovanni Tasca, il Castello della Venaria ebbe diversi proprietari ed ultimo un inglese, che dopo il sisma, sui ruderi, in corrispondenza del primo cortile fece edificare una struttura in cemento armato lasciata incompleta ed abbandonata, segno di incuria irrispettosa del presente e del passato. La zona intorno è considerata di notevole importanza archeologica.
Lago artificiale, discreto bacino di raccolta per lirrigazione delle colture circostanti, è determinato, sul corso del fiume Carboj dalla omonima diga, che convoglia le acque verso una piccola centrale elettrica (sita in contrada Addara territorio di Sciacca), nel confluire dei territori comunali di Sambuca di Sicilia, Santa Margherita di Belìce, Menfi e Sciacca. In passato le sue rive sono state scenario di gare di caccia sportiva, organizzate da gruppi cinofili e le sue acque sede di gare internazionali di sci nautico. Il lago Arancio è circondato dal bosco della Risinata dotato dallAzienda Foreste Demaniali di aree attrezzate per le soste e sotto tutela del Corpo Forestale della Regione Siciliana.Nei territori dei comuni di Menfi, Montevago e Santa Margherita di Belìce, si trova il bosco del Magaggiaro, altra area boscata anchessa sotto la tutela del Corpo Forestale, al cui interno sono presenti imponenti esemplari di quercia con sottobosco popolato di fauna tipica.
Il Fiume Belìce, confina con parte del territorio del Comune di Santa Margherita di Belìce. Costituisce in quel tratto anche il confine tra le provincie di Agrigento e Trapani nel cui territorio prosegue dopo avere delimitato il territorio di Montevago. Qui, lungo il suo corso si trovano le Acque Calde, unantica sorgente termale di acque con proprietà terapeutiche, attive, curative, e rivitalizzanti, simili alle Stufe vaporose di San Calogero di Sciacca. Oggi la zona è attrezzata con una moderna piscina, realizzata da privati che gestiscono lintero complesso dotato di locali per terapie termali con idromassaggio naturale, centro di terapia estetica, piscina inalatoria, ristorante, parco giochi ed area attrezzata di pic-nic, campeggio libero e maneggio. Lazienda agrituristica è dotata anche di bungalows.
Proseguendo lungo il corso del Fiume Belìce e giungendo sino alla foce, già in territorio di Castelvetrano (TP), si può apprezzare un ambiente naturalistico di pregio e bellezza in zona di riserva.
Il territorio, le sue risorse economiche.
Il settore produttivo agricolo è caratterizzato da coltivazioni prevalentemente a vigneti, che costituiscono la parte più ingente, per estensione e reddito, bacino di produzione delle Cantine "Corbera", che opera in forma autonoma e da una cantina, anchessa sorta in forma autonoma e poi assorbita della "Settesoli". Entrambe le cantine eseguono ammasso di uva da mosto per la vendita allingrosso, ma hanno già da diverso tempo una produzione di vini da imbottigliamento; oggi le Cantine "Settesoli" hanno indirizzato i produttori del settore vitivinicolo verso limpianto di vitigni pregiati con prodotti che hanno già superato il periodo sperimentale, riscuotendo notevoli successi in campo europeo, extracomunitario e verso i mercati americani.Altra coltivazione tipica nei terreni di alcune zone con caratteristiche microclimatiche e pedologiche particolari è quella del ficodindia, riconosciuto di ottima qualità ed apprezzato per il consumo locale e di esportazione. Vengono coltivate tre varietà di frutto: Gialla detta Sulfarina, Rossa o Sanguigna, Bianca o Muscaredda, con gusti sensibilmente diversi. Esiste una struttura specifica per il conferimento e la commercializzazione, sorta in forma cooperativistica, la Coop. "Gattopardo", anche se diversi sono i produttori che vendono direttamente ai commercianti allingrosso che esportano il frutto.
Coltivazioni ormai considerate residuali sono quelle a grano, per la commercializzazione del quale è presente il Consorzio ed esiste la cooperativa "CONAGRI"; di scarsa entità sono le colture alternative non tradizionali, mentre di notevole rilievo, ma da perfezionare sono quelle ad uliveto, per le quali i moderni orientamenti vertono sulla coltura a "Biancolilla", "Cerasuola" e "Nocellara del Belìce".
Il settore dellindustria agroalimentare e dellallevamento ha visto un primo impulso con la nascita di cooperative per la produzione di funghi, nel settore caseario, nellallevamento di suini, nellapicoltura per la produzione di miele e derivati, nella floricultura ecc., ma diverse sventure amministrative vedono abbandonate le strutture esistenti nel territorio, per limpossibilità a proseguire le attività a causa della mancata concessione, alle cooperative, dei crediti di esercizio da parte degli assessorati regionali competenti.
Lallevamento e la pastorizia.
E lallevamento degli ovini che ha visto di recente un impulso particolare, mediante lapprovazione dello standard di razza da parte del Ministero delle Politiche Agricole, con il riconoscimento e lelevazione a razza della "Pecora della Valle del Belìce". E infatti nel territorio del Belìce che si è originata una popolazione ovina autoctona, da un incrocio tra le razze Pinzirita, originaria locale, con la Comisana e poi con la Sarda, quando questa fu importata in Sicilia a seguito di predazioni effettuate dai saraceni nella aree del Mediterraneo. "La potenzialità di questa razza, unita alla sagace opera di selezione condotta nel corso dei secoli dagli allevatori della zona, hanno consentito alla Pecora della Valle del Belìce di raggiungere delle prestazioni produttive di tutto rilievo, che le permettono di essere inserita a pieno titolo tra le migliori razze ovine da latte presenti in Italia per: lelevata produttività lattea, lattitudine a parti bigemini, la presenza di un apparato mammario voluminoso e generalmente ben conformato, la notevole resistenza alle avversità atmosferiche".Esclusivamente con il latte della "Pecora della Valle del Belìce" viene prodotta la "Vastedda della Valle del Belìce", un formaggio a pasta filata ottenuto dal latte ovino intero ad acidità naturale di fermentazione. Viene prodotta solo nei mesi estivi, quando si riduce la produzione di latte e questo è ricco di aromi intensi e di componenti che ne consentono il tipico processo di lavorazione. Il prodotto si consuma allo stato fresco dopo tre giorni dalla produzione.
Il territorio, le sue risorse sociali.
Caratteristica di gran parte del "consesso civile" margheritese, quando vigeva la suddivisione in "classi sociali", era lappartenenza a dei circoli, che tradizionalmente erano: "Il Circolo dei Civili" o "Garibaldi" ed "Il Circolo dei Maestri". Il primo, aperto alla borghesia, il secondo alle classi delle maestranze dellartigianato e del commercio, che comprendevano più "specialità". Sorsero poi diversi altri "sodalizi" che continuarono ad esistere anche dopo il sisma e che sono ancora in vita: Circoli "Cacciatori", "Coltivatori diretti", "Ex Combattenti", ecc. e nel periodo immediatamente dopo il terremoto sorsero altri due circoli, dei quali oggi esiste solo la "Biblioteca Belluno". LAzione Cattolica ha ormai una sua lunga tradizione di attività. Altri circoli o associazioni sono sorte e scomparse. LAssociazione Culturale "Barak-Esh" non è momentaneamente attiva. Operante è lAssociazione della Protezione Civile. Costituita da alcuni anni opera anche lAssociazione Culturale "Filangeri di Cutò" con finalità di socialità ricreativa familiare e di promozione di iniziative a carattere culturale e sociale. Di recente costituzione le Associazioni Musicali che riuniscono componenti del corpo musicale storico del paese.
Queste realtà, esistenti oggi soprattutto per le presenze intelletive, in un tessuto sociale moderno, possono acquistare una notevole importanza, se, spogliandole della vecchia concezione di contenitori di classi separate, chiuse, a volte contrapposte, vengono intese come nuclei organizzati, componenti di una unica società civile che, anche con predilezioni per tematiche ed campi operativi diversi, operano per il raggiungimento di finalità comuni nella promozione e valorizzazione di ogni risorsa socio-culturale.
Oggi, in aggiunta alle precedenti nasce la Pro-Loco "Gattopardo-Belìce" che è istituzione patrocinata ed estensione dellEnte Locale, con competenze più specializzate verso la valorizzazione e sfruttamento di tutte le "Risorse locali" ai fini promozionali e turistici e che può assumere, come tale, ruolo di stimolo, incentivo, coinvolgimento di realtà che per la loro apparente diversità diventano ricchezza di pluralità, oltre che essere autonoma promotrice di attività proprie, singolarmente e per competenza specifica realizzate.
Dopo la ricostruzione a causa del sisma del 1968, lodierno contro urbano sorge per più della metà della sua estensione su aree nuove urbanizzate, sottratte allagricoltura o già occupate da buona parte delle baraccopoli; per la rimanente parte si è ricostruito sulle aree del vecchio centro, per le quali si è proceduto alla demolizione dei ruderi ed alle nuove urbanizzazioni. La tipologia edilizia prevalente è quella a schiera unifamiliare o "uniproprietaria" su lotti di varia estensione.
Molto limitate per numero, ma significative, sono le preesistenze che si sono recuperate o in via di recupero. Di particolare rilievo il Palazzo Filangeri Cutò, oggi sede del Municipio che si affaccia sulla Piazza Matteotti e sul Parco Comunale del Gattopardo. Di fronte, la "Palazzata", oggetto di ristrutturazione e ricostruzione per destinazione abitativa privata. Nella Via Collegio sono in fase di completamento i lavori di ristrutturazione del Palazzo Scaminaci e nella via Traina sono stati appaltati i lavori per la ristrutturazione della Casa Sacco, entrambi a destinazione pubblica. Nella via Libertà la Casa Giambalvo dovrà essere la sede definitiva della "Biblioteca Comunale" oggi ospitata, impropriamente, nei locali dellex Macello Comunale, già ristrutturato a "Museo Comunale Etno-antropologico".
LEdificio scolastico che pre-sisma ospitava tutte le scuole, oggi ristrutturato, è Scuola Elementare. Poco lontano, la Scuola Media ha un suo locale e ledificio scolastico costruito nella parte del nuovo centro, prima scuola elementare e poi media, oggi ospita lunica scuola superiore presente, sezione staccata della Scuola Professionale "S. Friscia" di Sciacca.
Nessuna delle chiese esistenti ha resistito al sisma e gli edifici sacri sono stati ricostruiti in altro sito: la Chiesa Madre, la Chiesa di San Giuseppe, ultimate ed utilizzate, la Chiesa di SantAntonio Abate i cui lavori sono fermi. Altre chiese si trovano ancora in baracca.
Già ricostruite, esistono due Case di Riposo: la "Crescimanno" di più recente istituzione e la "Boccone del Povero-Mulé", prevalentemente femminili, la seconda per orfane e anziane. Sorgerà unaltra struttura analoga, ma tradizionalmente maschile, lAsilo per la Vecchiaia "C. Scaminaci-Di Giovanna". Tra gli edifici preesistenti al sisma il Palazzo "La Manno": nei piani alti a destinazione abitativa condominiale; al piano terra sede del Banco di Sicilia e di attività commerciali. Laltra banca del centro è la Banca Commerciale Italiana, in edificio privato. La ex Stazione delle Autolinee, trasformata, ospita la Stazione dei Vigili del Fuoco. Altri edifici sulla Via Libertà, ristrutturati, ospitano una delle due farmacie del paese, lUfficio di Collocamento. Lex Cinema Eden, ristrutturato dopo il sisma, non ha più funzionato da locale di pubblico spettacolo ed ha ospitato un supermercato, oggi di proprietà privata, non è utilizzato. Lunico locale per pubblici spettacoli utilizzabile è il Cinema "Astoria", sorto su iniziativa privata dopo il sisma, come arena e poi ricoperto con una struttura leggera prefabbricata. Lex "Teatro SantAlessandro" interno al Palazzo Filangeri Cutò, sarà Sala Consiliare del Comune.
Del Centro Urbano, che ancora non ha assunto del tutto la sua conformazione definitiva, il "centro", fisicamente non baricentrico è la Via Libertà che, resa pedonale nella parte centrale (che in futuro sarà dotata di porticati), costituisce lattuale spazio pubblico di incontro, la "piazza del paese", in strana ed ambigua contrapposizione allaltro spazio pubblico che tradizionalmente e storicamente era la "vera piazza": la "Piazza Matteotti", già "Piazza del Littorio", già "Lu chianu di lu pupu".
Dallinizio della ricostruzione della prima casa, però, ogni cittadino impegnato nellattività che lo ha affrancato dallo stato di baraccato, come si diceva allinizio, disorientato dallo sconquasso fisico del sisma, concentrato nel riconquistare lo spazio vitale intimo familiare e preso dalle proprie attività produttive e di sostentamento, ha perso il senso dello spazio collettivo. Tutto ciò che sta fuori dallo spazio privato non da lui dipendente è indefinito, per necessità di cose, per ritardo e difficoltà di realizzazione. Si è accentuata così nel tempo, al di la delle forme di collettività ufficiali, codificate, tradizionali, obbligatorie, una forma di chiusura verso lesterno. Oltre la soglia della propria casa, sino ad ora, il marciapiede che non è stato ancora un marciapiede, la strada non ancora una strada, lambiente urbano in generale non ancora un ambiente urbano come tale riconoscibile, vissuto, regolare, normale e normalizzato. I recenti lavori di definizione dei marciapiedi e delle aree pubbliche, la messa a dimora di piante, la collocazione della segnaletica ecc., nel complesso simboli che uniformano lambiente urbano del paese a quello degli altri centri, concorreranno a modificare il senso di provvisorietà vissuto dai cittadini nei confronti dellesterno delle case. Ciò potrebbe costituire momento predisponente verso maggiori partecipazioni, dato che la "casa di tutti" che è il paese potrà divenire, sempre più, il "salotto buono" dove soggiornare ed ospitare per le occasioni di incontro e socialità che saranno poste in essere dallAmministrazione Comunale, dalla Pro-Loco, da tutte le altre realtà sociali ed economiche.
Ins. Salvatore Scuderi